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Cecchi Paone: «Vedo tre messaggi positivi dall’annuncio della Hurtig» – ESCLUSIVA

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Alessandro Cecchi Paone, giornalista, conduttore televisivo saggista e accademico, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Juventusnews24

Lina Hurtig, attaccante della Juventus Women, insieme alla moglie Lisa ha annunciato di aspettare un bambino. Un messaggio importante lanciato dalla calciatrice e dal club bianconero, una mano tesa all’eguaglianza sia per quanto riguarda l’ambito sportivo ma soprattutto sociale. Juventusnews24 ha intervistato in esclusiva Alessandro Cecchi Paone, noto giornalista, conduttore televisivo saggista e accademico italiano, ma anche attivista per i diritti civili delle persone LGBTQ+ , delle donne e per la libertà della scienza e della ricerca. Insieme a lui, si è parlato dell’attuale situazione in Italia legata a questa tematica.

Lina Hurtig e la moglie Lisa hanno annunciato di aspettare un bambino. Quale significato e quale messaggio importante viene veicolato da questa notizia?
«Io ci vedo due messaggi positivissimi e uno delicato e incerto. Ovviamente la normalità che stiamo raggiungendo, che io lungamente ho auspicato delle varie opzioni sessuali anche nel mondo dello sport e del calcio dove le resistenze erano e in parte sono ancora notevoli. Sentir dire, con normalità perché è una cosa normale, che una calciatrice ha una moglie e che questa moglie è incinta è un passo avanti strepitoso dal punto di vista di uno sport come il calcio che aveva un enorme tabù su questo tema e costringe tutt’ora sia nella massima divisione e sia nelle divisioni inferiori i calciatori a nascondersi per la loro incolumità, per il loro rispetto e dignità. Si va quindi verso l’assoluta normalità fino a quando la cosa non farà notizia. Secondo spunto positivo, che vale doppio, è che questa cosa avviene tra le donne. Loro hanno un doppio problema: il fatto di essere gay nel calcio, e il fatto di essere donne. Per un uomo il problema dell’omosessualità può essere notevole in certe situazioni ma è un problema unico; invece in Italia, come sappiamo, è un problema discriminatorio delle donne in quanto tali. Per cui, che tutto questo avvenga per una donna omosessuale nel calcio, capisci che è strepitoso perché sono stati abbattuti due tabù contemporaneamente: la discriminazione sessuale e la discriminazione di genere. Il terzo punto positivo riguarda il fatto che non solo queste donne stanno insieme, e lo dicono, ma che abbiamo regolarizzato la loro unione con le unioni civili per le quali mi sono battuto per anni e anni fino alla legge Cirinnà. Tre cose una più positiva dell’altra, ma ce n’è una che mi lascia perplesso…».

Prego.
«È una mia posizione personale, tante volte richiamata: riguarda il fatto che questa donna sia incinta. Nasce il problema dell’utero in affitto, piuttosto che dell’inseminazione artificiale, o della donazione. Premesso che come libertario non giudico nessuno e mai vieterò nulla a nessuno, io sulla procreazione da parte di persone omosessuali ho dei dubbi personali, che non sono morali. Non so se deciderò mai di avere un figlio con un mio compagno: per le donne è più semplice, perché non sorge il problema dell’utero in affitto. Gli uomini che vi ricorrono non li giudico assolutamente, non voglio vietarglielo, ma a me non piace».

Omosessualità nel mondo del calcio. Vede qualche cambiamento nell’affrontare questo tipo di tematica rispetto a qualche anno fa?
«Sì, ma è lentissimo. Ho scritto un libro che si chiama ‘Il campione innamorato’ in cui racconto le vite difficili, sia di coloro che si sono dovuti nascondere e sia di coloro che si sono palesati e poi hanno avuto problemi. Col passare del tempo, le nuove generazioni sono molto più libere e molto più laiche nei confronti della variabilità sessuale. E quindi sono molto ottimista. Io e pochi altri abbiamo fatto un bel lavoro che sta dando i suoi frutti in termini di civiltà. Ci sono dei segnali molto incoraggianti che arrivano dal mondo nordico e dal mondo anglosassone. Le cose vanno più lentamente rispetto a quanto avessi previsto. Nella prefazione del mio libro c’era Prandelli, all’epoca ct della Nazionale, che confermava la presenza di molti omosessuali come in ogni altro ambito della società. Prima o poi qualcuno avrebbe fatto coming out e questo avrebbe normalizzato la situazione. Però questo coming out non c’è ancora stato: tutti noi sappiamo chi sono ma sappiamo che non si esprimono».

Nota delle differenze su questa tematica in correlazione a come viene affrontata in Italia e all’estero?
«Sì, è uno di quei casi che testimonia l’arretratezza dell’Italia dal punto di vista della società civile. Noi abbiamo ottenuto con miracolo le unioni civili, tutto il resto del mondo ha i matrimoni, le adozioni, tutto quanto. Qui in Italia questa cosa è lontanissima. Nel calcio c’è qualcosa di strano: ci sono nuotatori, boxeur, atleti che nel resto del mondo si dichiarano e non succede niente, ma nel calcio mica tanti… Se si fa una ricerca, non ce n’è tantissimi: c’è questo blocco. Io ho il mio sospetto: per ignoranza, si crede che l’omosessualità maschile equivalga alla femminilizzazione. Ci sono chiaramente degli omosessuali maschi, femminili o femminilizzati, e non c’è niente di male, ma è pieno di maschi che sono maschi ma preferiscono gli uomini. C’è gente che non conosce la storia greco-romana, dove i più grandi atleti o guerrieri erano spesso omosessuali. C’è l’equivoco che un atleta, se gay, sia una femminuccia: non è vero, ma secondo me lì c’è il nodo».

Omosessualità nel calcio maschile e nel calcio femminile. Soprattutto tra le ragazze sembra esserci più apertura a trattare questi argomenti: sa spiegare il motivo?
«Tra l’altro è una cosa strana, perché succede solo nel calcio. C’è molta più visibilità di maschi gay e bisesssuali nella società, nello spettacolo. Con le donne succede il contrario. Chissà perché. Ci fa piacere e consideriamo le nostre amiche calciatrici come delle avanguardie del movimento di liberazione sessuale dei bisessuali e gay sia maschi che femmine. Perché i maschi non si svegliano non lo so, credo sia un fatto generazionale. A questo punto dobbiamo aspettare l’arrivo delle nuove leve, che oggi hanno 16/17 anni, che io sono convinto che in un ambito di normalità si dichiareranno. La cosa va fatta sia perché è normale, non c’è niente di male, e chi è famoso, a livelli alti delle Serie, deve farlo per dare un segnale a chi vive la situazione nelle divisioni inferiori. Se c’è un campione della A e della B che si dichiara, credo che poi staranno meglio tutti, anche quelli che giocano nei paesi, nelle piccole realtà dove ci sono forme di arretratezza. Bisogna essere un po’ generosi, pensare anche a coloro che non hanno coperture alle spalle di manager, uffici stampa, notai ecc. Aggiungo anche questo: il problema non sono soltanto i calciatori in quanto tali, ma tutto il loro entourage. Ho paura che ci sia ancora un problema di presidenti delle società, spesso figure ingombranti e pesanti, anche gli agenti, perché appartengono a generazioni vecchie che avevano assorbito i tabù».

Secondo lei servirebbe una comunicazione differente nel nostro Paese su questo tema?
«Ci sono giornalisti straordinari: il direttore della Gazzetta dello Sport fece una campagna in prima pagina quando uscì il mio libro. Io ho fatto più volte la proposta alle grandi emittenti di fare il telecronista d’appoggio ai telecronisti classici, dando un commento con la sensibilità di uno che nei calciatori vede anche dei bei ragazzi. Senza nessuna volgarità, morbosità, battutacce, ma proprio per dire come si vede uno sport maschile con dei ragazzi particolarmente belli, allenati. Per adesso nessuno ha avuto il coraggio di farmelo fare…».

Si ringrazia Alessandro Cecchi Paone per la disponibilità e la cortesia mostrate in questa intervista

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