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Stefano Braghin: «Scriviamo la storia della Juventus anche con le Women»

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Parla il direttore generale della Juventus Women, Stefano Braghin: dal scontro per lo scudetto con il Milan alla crescita del movimento femminile in Italia

Nel corso di un incontro tenuto a Vinovo, il direttore generale della Juventus Women Stefano Braghin ha affrontato diversi temi relativi al calcio femminile e, nello specifico, alla struttura bianconera che dirige. Partendo dal big match di domenica con il Milan, fondamentale per la corsa scudetto. Di seguito le sue parole.

VERSO JUVENTUS-MILAN – «Sicuramente giocare questa partita con un distacco maggiore avrebbe potuto dare un po’ più di tranquillità o, quantomeno, consentire un avvicinamento più sereno. Poi, una volta che sei lì, questi scontri diretti sono comunque decisivi e, quindi, a prescindere dal vantaggio li devi giocare relazionandoti con una partita decisiva. Veniamo da una settimana in cui abbiamo pareggiato, perciò questo match qualche attenzione in più la richiede. Credo cambi più l’approccio anziché la gara vera e propria, che affrontiamo comunque essendo davanti. Dunque, forse le pressioni sono più sull’altro fronte anziché sul nostro».

CONCORRENZA AUMENTATA – «Intanto sono aumentate il numero di squadre che possono togliere dei punti, per cui il campionato è più aperto e cambia un po’ l’approccio a tutte le partite. Poi, il fatto di essere in tre e non in due a lottare per il titolo e molto rilevante per il fatto che una delle e tre non farà la Champions League, che credo di poter dire che anche per le altre squadre rappresenti l’obiettivo principale della stagione. La nostra attenzione è quella di conquistare un posto in Champions League. Poi, naturalmente, se riusciremo a vincere il campionato saremo felici. Dal momento che eventualmente si sarà consolidata l’Europa, si faranno i conti con il primo posto».

COSA COMPORTEREBBE NON QUALIFICARSI IN CHAMPIONS – «Ad oggi a livello economico impatta molto poco, per non dire nulla. Sicuramente cambia a livello di attrattiva per le calciatrici straniere, perché proporre la Champions League permette di affacciarsi a un target di calciatrici europee diverso rispetto alla dimensione nazionale. E poi, naturalmente, cambia la visibilità del progetto. A fronte di un impegno oneroso, non solo di denaro ma anche di energie, poterlo proiettare a una dimensione europea è molto diverso rispetto ad avere una prospettiva solamente nazionale. Dal punto di vista sportivo, forse, chi non disputa la Champions League è anche agevolato, ma il prezzo da pagare è troppo alto. L’obiettivo è esserci per poter competere sul palcoscenico internazionale, e attrarre interessi che possono essere sia commerciali sia tecnici di un certo livello».

CLUB PROFESSIONISTICI NEL CALCIO FEMMINILE – «Lo sbarco dei club professionistici nel calcio femminile è stato un acceleratore per portare ad avere questo movimento ad avere la considerazione che merita. Naturalmente le numeriche sono diverse, perché le storie sono diverse. Il calcio femminile è uno sport molto giovane con 23 mila tesserate, quindi è quasi normale che abbia delle difficoltà nel percorso. Però mi sembra che si stia intrapresa una strada fruttuosa. E l’impulso di tutti i club professionistici, ciascuno per quello che ha potuto dare, ha ottenuto quantomeno due scopi: da un lato ha dato credibilità a un movimento, le famiglie credono che il calcio femminile possa essere finalmente un’opzione per le loro bambine. Sicuramente a livello di organizzazione, di strutture, di professionalità messe a disposizione. Dall’altra ha dato visibilità a un movimento che, altrimenti, avrebbe faticato ad averla: benché la meritasse da tempo. Ora siamo in un momento in cui la divisione è stata costituita, ma non ha ancora una sua governance, in quanto l’assemblea elettiva è stata annullata a ottobre e mai più riconvocata e, quindi, siamo in attesa che ci sia questa nuova convocazione per poi chiudere il cerchio virtuoso che ci ha portati fin qua».

RESPONSABILITA’ – «Sicuramente portare la maglia di questo club è un peso, è un onore ma in un certo senso anche un onere: perché si gioca per milioni di persone. Cambia proprio la prospettiva, le ragazze sono intelligenti e sensibili. Non è molto diverso dalla vigilia di una gara maschile, poi alla fine il calcio è uno e le sensazioni sono le stesse. Forse c’è un po’ più di ansia nell’affrontare una cosa nuova, ma che può accadere a chiunque si trovi ad affrontare una cosa nuova. Noi le accompagniamo con grande serenità, questa squadra ha un anno di storia, abbiamo già scritto già pagine importanti e ci stiamo giocando il secondo titolo consecutivo e siamo in piena Coppa Italia. C’è la consapevolezza che in questo momento le altre squadre sono come noi, forse hanno anche qualcosina in più: mi riferisco alla Fiorentina, che sta correndo. Contro loro e il Milan per vincere dovremo fare quasi due partite perfette».

DIFFERENZE CON IL MASCHILE – «Rispetto al maschile devo dire che c’è più comunione di intenti, si arriva insieme a raggiungere certi obiettivi. Gli obiettivi individuali sono un pezzo di un percorso, alla fine sono i gruppi a vincere i campionati. Le ragazze possono conquistare una partita, ma il campionato si vince solo con la comunione d’intenti».

COME COLMARE IL GAP CON LE BIG EUROPEE – «Il primo tema è abbastanza banale, ma alle volte le cose semplici sono quelle più vere: aumentando la base di calciatrici. In Italia abbiamo 23 mila tesserate e competiamo contro nazioni che ne hanno 300 mila, evidentemente scelta e qualità sono diverse. E’ chiaro che il lavoro che abbiamo iniziato a svolgere con i settori giovanili, con le nostre 2003 e 2004 – che hanno iniziato un certo tipo di percorso – quando saranno pronte per la prima squadra, quindi tra 4-5 anni, avremo una base sicuramente più ampia. Perché poi in realtà, confrontandoci in Europa, ci siamo resi conto che non è tanto l’individualità, il problema è che la media delle altre squadre hanno un tasso tecnico più elevato. Quindi non sono le più brave a fare la differenza, ma è proprio la base. Perché quando in panchina ci sono otto ragazze più o meno dello stesso livello di quelle che giocano, noi in Italia abbiamo un gap con le top player (che sono 30-40) e le altre è ancora un divario molto ampio, quindi è difficile fare squadre che abbiano un valore medio alto. E questo sul lungo crea ancora una certa differenza. E poi, probabilmente, gioverebbe riuscire ad attrarre qualche giocatrice straniera di un certo livello che possa fare da traino ancora alle nostre squadre. Perché ciò non accade? Perché essendo dilettanti, abbiamo un tetto salariale che in questo momento non ci consente, qualora lo volessimo, di assicurarci delle calciatrici che in questo momento ci devono accompagnare fino a quando non saranno pronte le nostre piccole».

TETTO SALARIALE – «Ci stiamo lavorando, è generato da uno status dilettantistico, qualcosa che non dipende non solo dalla federazione ma dal CONI. Nessuno sport femminile in Italia è professionistico, entriamo in ambito di politica sportiva, sicuramente ci sono delle vie per alzare la competitività attingendo dall’estero, quantomeno fino a quando non arrivano le nostre. Non per esterofilia, noi siamo forse la squadra più italiana, abbiamo quasi tutta la nazionale, credo nei blocchi italiani e questa sarà sempre una squadra italiana, però ci sono momenti e situazioni in cui il supporto di un’atleta straniera diventa fondamentale per essere competitivi, sperando che lo sia sempre meno ma oggi è così».

BRAND – «Le atlete straniere riconoscono la Juve, la storia di questo club, credo che la Juve rappresenti un club ed una certa filosofia di fare sport e vincere. La disciplina, il lavoro, il sacrificio sono valori abbinati al nostro brand a prescindere dal valore sportivo che è molto alto. Riconoscono che siamo la Juve e riconoscono all’Italia di essere un paese di calcio. Anche chi viene da posti dove il calcio femminile è molto evoluto riconosce nell’Italia una conoscenza del calcio, siamo un paese di calcio a prescindere da chi gioca. Poi qui c’è un’organizzazione tattica che non trovano nei loro paesi».

POLITICA – «Il rapporto con le altre società è molto buono, sostanzialmente perché ad oggi secondo me gli obiettivi sono comuni, non ci sono ancora argomenti che ci dividono. Non so se è qualcosa di strategico perché in questo momento stiamo condividendo gli stessi obiettivi e non so cosa accadrà quando gli obiettivi saranno diversi. Però se devo portare l’esperienza di questi mesi c’è grande condivisione anche con club non professionistici che partecipano al campionato di Serie A. In questo momento secondo me uno aiuta l’altro, diamo grande importanza ai club dilettantistici perché l’allargamento della base è fatto da loro, che sono più capillari nei territori, loro hanno bisogno della visibilità che portiamo noi. Oggi c’è un circolo virtuoso che se sarà completato dalle istituzioni che lasceranno che la FIGC sia da traino al movimento di punta, Serie A e Serie B, e la Lega Dilettanti faccia un lavoro faccia un lavoro straordinario come può fare a livello capillare con i comitati regionali e provinciali, si potranno bruciare i tempi. Se si rientra in logiche politiche per cui ci sono contrapposizioni tra dilettanti e professionisti e diventa una battaglia di potere e non di campo, rischiamo. Siamo ancora una fase in cui si potrebbe ancora frenare. Dobbiamo essere cauti. Le condizioni ci sono tutte, sarebbe un vero peccato».

SOCIALE – «Lanciare segnali positivi è cruciale. Solo tramite il processo di integrazione delle diversità e di tutte le forme di discriminazione si riesce ad accreditare il calcio femminile. L’obiettivo finale è arrivare a dire che c’è solo un calcio a prescindere da chi lo pratichi. Nella vita non ci sono, razze, né divisioni, né discriminazioni. E’ funzionale per arrivare a dire: la Juventus fa calcio. Lo fanno i bambini, le bambine, lo fa la prima squadra maschile e femminile. E’ un po’ l’idea delle grandi istituzioni nazionali. Il calcio è per tutti, il calcio è uno solo. Per arrivare li qualche barriera devi tirarla giù ed è più facile che quelle barriere le tiri giù chi queste barriere le vive sulla sua pelle. Nel calcio femminile qualche barriera c’è ancora di percezione e discriminazione. Non tanto sulle persone ma sul concetto di chi può praticare questo sport o del fatto che se lo praticano le donne sia un sport diverso. Tutti guardiamo la finale dei 100 metri delle Olimpiadi e consideriamo quella che vince una donna velocissima e ci diciamo ‘Mamma mia come va forte’, se vediamo una di calcio femminile diciamo ‘mamma mia come tirano piano’. Eppure stiamo sempre vedendo calcio femminile. Tirano piano rispetto ad un uomo ma fanno altre robe. Non ho mai sentito dire che la Pallegrini nuota piano perché gli uomini vanno più forte. Diamo tutti che è una scheggia come lo è. Non capisco perché la Bonansea è lenta perché prendiamo Douglas Costa come riferimento. Le donne non tirano piano, tirano forte perché lo fanno le migliori al mondo».

ORGANIZZAZIONE – «In questo momento abbiamo una divisione autonoma. La società ci ha dato la possibilità di avere un dipartimento femminile slegato e autonomo perché ha peculiarità diverse. Ci hanno dato dignità e parità di ruolo importante dopo un anno di vita. Abbiamo un dipartimento dedicato che dipende da me. Era un’idea che avevamo come progetto e si è concretizzato quest’anno. Il dipartimento femminile ha vita propria ed è la testimonianza di quanto la società tenga a questo progetto».

TV – «I diritti sono centralizzati, la Lega ha il rapporto. Da quello che sappiamo il contratto con Sky è biennale. La mia aspettativa è buona anche perché i riscontri sono molto buoni. La Lega ci comunica i dati, anche se non sono ufficiali, l’audience è alta per le partite dal calcio femminile, talvolta superiore a quelle del calcio maschile. La sensazione è che si vada in quella direzione. Le TV sono il nostro detonatore, speriamo di si. Sarebbe un problema».

PRIMAVERA – «Credo molto in questa squadra, mi sono trovato a fare scelte sulla squadra scegliendo una rosa ridotta perché gli ultimi posti, non in ordine di merito ma numerici, devono essere i posti lasciati alle più brave del settore giovanile. Abbiamo una rosa di 18 giocatrici sostanzialmente perché da 19 a 22 per me devono essere i posti lasciate alle più brave del settore giovanile. Sennò è inutile che io racconti che facciamo questa cosa e poi metta dei tappi per cui loro non vedono mai il campo, sarebbe incoerente. Credo molto in questo. Bellucci, 2001, ha già esordito in Serie A, così ha fatto Bragonzi, prima della fine dell’anno potrebbe farlo anche qualcun altro. In Coppa Italia abbiamo spesso attinto dalla Primavera. Se noi auspichiamo una cosa e poi siamo i primi a non applicarla sarebbe ipocrita. Tenete conto che nel femminile ad oggi è ancora semplice che una ragazza della primavera trovi spazio perché i livelli non sono ancora così alti. Con un po’ di coraggio si può tranquillamente fare questo. Noi in rosa abbiamo tre ’99, una 2000, una 2001. Non sono preoccupato, dico sempre che l’unica differenza che conosco nel calcio è tra calciatori bravi e meno bravi. La differenza tra vecchi e giovani ce le costruiamo noi per fare le conferenza stampa, ma in realtà un giocatore è bravo oppure no. Se poi sono bravi i giovani meglio. Io vengo da un calcio semplice, credo sia tutto più semplice di come in realtà la facciamo. Se è brava e giovane ben venga».

SCOUTING – «Dal punto di vista nazionale un po’ ci appoggiamo alla struttura del maschile e delle scuole calcio che incontrando settimanalmente nei campionati provinciali e regionali. Giocando a squadre miste ci segnalano le bambine che giocano. Siamo ancora in una fase di scoprire la bimba che gioca, non quella brava tra quelle che giocano. Le nostre squadre femminili che fanno campionati maschili sono prime in quasi tutti i campionati. Hanno un anno in più e vincono sempre. In Italia facciamo così. Vediamo tutte le rappresentative nazionali, i centri federali, poi quando ne restano 5-6 da scegliere possiamo prendere solo una ragazza fuori regione sotto i 16 anni perché siamo dilettanti Quest’anno abbiamo preso una ragazza della Roma, si chiama Musolino che è del 2003. Cerchiamo di fare delle scelte. Nel maschile ne hai 10 da scegliere da 14 a 16 anni. E’ diverso. Su dieci due le puoi sbagliare, una…I miei anni migliori sono quelli in cui ho sbagliato meno, non ho mai fatto tutto giusto, se mi dai una possibilità sola non mi aiuti molto. All’estero per la prima squadra cerco di andare io ma sono tutti viaggi mirati nel senso che so le posizioni dove potrei avere necessità. I nomi li conosciamo, adesso andrò a Cirpo una settimana».

CARRIERA NEL CALCIO FEMMINILE – «Mi è piaciuto un sacco, mi diverto. Io ho iniziato la mia carriera in prima categoria, nulla mi spaventa. Nel calcio femminile ho trovato tanta passione e genuinità degli inizi della mia carriera e mi ha fatto ritrovare cose che avrei perso nel cammino. Quando ti professionalizzi, certe dinamiche le apprezzi meno. Ho ritrovato una passione che non dico di aver mai perso, ma che avevo professionalizzato. Mi è piaciuto molto, ho ritrovato tante dinamiche del calcio che mi piacevano che ha fatto diventare la mia passione un mestiere con grande fortuna. Devo dire che faccio questo mestiere per passione. Se domani dovessi fare il direttore sportivo di una squadra di Pulcini la farei come se dovessi vincere la Champions League. Per me non è cambiato nulla. Ho solo applicato concetti che non applicavo più, ho dovuto ricordare come risolvevo i problemi una volta. E’ molto stimolante. Il fatto di vincere subito? Il calcio ha tante dinamiche. L’anno scorso abbiamo fatto una scelta cruciale che è quella dell’allenatore. Ci conoscevamo da tanti anni e sono andato sul sicuro. Lei ha fatto un grandissimo lavoro dando credibilità ad un progetto che non c’era. Rita l’ho spesa come patente di credibilità. Negli anni aveva seminato molto bene nei rapporti quindi le ragazze sono venute volentieri. Non sapendo nulla sono partito da due concetti: uno le più brave in Italia e due ho fatto colloqui. Credo che la persona venga prima del giocatore. Ho avuto la fortuna di vincere qualche campionato nella mia carriera, sempre con gruppi sani, persone con certi principi. Ne ho persi con giocatori molto forti. Con le persone giuste quasi mai. La scelta, non conoscendo benissimo il calcio femminile, era la persona. Più le conoscenze di Rita. Poi ci vuole anche fortuna. Quando vinci lo Scudetto all’ultimo calcio di rigore di uno spareggio, quel campionato l’hai vinto in due. Mi sento di condividerlo col Brescia. Poi dopo il campo ha detto quella roba lì e io sono felice. In questo senso ti dico fortuna perché poi ci sono momenti in cui sinceramente è difficile dire che il Brescia abbia perso il campionato. Al momento buono abbiamo avuto un po’ di fortuna, abbiamo avuto dei passaggi più sfortunati durante la stagione, il calcio è quella roba lì. Però se fai più o meno tutto giusto quello che dipende da te, poi hai anche un po’ fortuna, questo l’ho imparato invecchiando. Non voglio fare il filosofo, ma spesso il calcio si gira su delle situazioni. Si cerca di dare spiegazione a certe cose e per me nel calcio non puoi spiegare tutto. E’ un gioco, c’è una variabile casuale che secondo me è abbastanza alta, tu devi fare molto bene quello che dipende da te. Sapendo che puoi perdere o vincere anche perché ogni tanto accade una roba tra quelle che tu non controlli. E quella roba li devi metterla in conto. La mia esperienza è che se tu fai molto bene quello che dipende da te, ragionevolmente il tuo lo porti a casa ma devi avere anche la serenità di accettare che ci sono cose che non controlli».

CONTRATTI – «Le ragazze e tutto lo staff hanno ancora un anno di contratto. Tutte le ragazze della Nazionale hanno un accordo in vista della prossima stagione, perché visto che il Mondiale potrebbe essere una vetrina ci siamo tutelati. Il rinnovo è avvenuto l’anno scorso, la scorsa estate con tutte ho cercato di avere un prospettiva post Mondiale, perché arrivare alla competizione con le ragazze in scadenza sarebbe incauto. Poi sapete che se una società professionistica arriva dall’estero e le contrattualizza le perdi in un pomeriggio, però io credo anche nelle persone. Se poi dovesse accadere, si andrà avanti, ma ragionevolmente nel mio mondo firma e stretta di mano ti vincolano. Avremo ancora un anno di respiro e tendenzialmente non ci saranno grosse rivoluzioni. Bisogna essere onesti, molto farà la qualificazione o meno alla Champions League».

OSTACOLO SUPERATO – «Oggi come oggi l’obiettivo principale è riuscire a lavorare sempre più in modo professionale con le giuste tempistiche. Noi oggi a volte avremmo cose da proporle, ma è difficile con un campionato di sole 22 gare e perdiamo ancora tanto le ragazze per le Nazionali. Vorremmo più continuità nel lavoro, che viene interrotto quasi ogni mese da dei raduni. E il calcio alla fine è partita e per quanto tu lavori un campionato con 22 partite è poco. Anche nell’allestimento della rosa, perché in 22 partite se tutte stanno bene come ci auguriamo rischi di avere ragazze che non trovano un’opportunità».

ROSUCCI E SANDERSON – «Rosucci è in pieno recupero. È al quinto mese di un crociato, è in piena tabella. Lei in campo per il Mondiale dovrebbe esserci, poi dipende dalle scelte. Io Martina la vorrei in squadra anche con un ginocchio solo, però sono io (ride, ndr). Sanderson infortunio un po’ più complesso, è in fase di recupero. Dal punto di vista medico ha recuperato in pieno, ma ora deve ripartire da tre mesi di inattività».

GRUPPO – «Sono tutte molto integrate. È più una cooperativa che un SpA il nostro spogliatoio, quindi faccio un po’ fatica a individuare leader. Ciascuna porta il proprio. Aluko per esempio ha una grande storia e una grande professionalità e ha portato la visione di una ragazza che ha fatto una semifinale di Champions. Le nostre hanno portato l’entusiasmo di chi farà un Mondiale dopo 20 anni. C’è davvero un grande mix, farei fatica a dirti chi può aver dato di più o di meno. Hanno dato cose diverse».

MILAN – «Sono appena partiti, rivedo un po’ il nostro percorso dell’anno scorso. Grande entusiasmo, grande novità, grande voglia di fare bene e direi che hanno scelto un’allenatrice di grande spessore che li sta aiutando a conoscere il calcio femminile. È una scelta simile, se vogliamo, a quella che ho fatto io con Rita: prendere un’icona del calcio femminile italiano che dia credibilità al progetto e conoscenze tecniche. Quindi grande allenatore, società molto dedicata a questo progetto e la squadra è una squadra molto forte. Oltre alla classifica lo dicono i numeri del loro attacco: hanno segnato tantissimo in due giocatrici. Secondo me è una squadra sul nostro livello, ci possiamo equivalere, poi gli episodi e chi arriva più o meno pronto potrà spuntarla. Loro forse sono più a trazione offensiva, noi invece ci basiamo di più sulla solidità difensiva. Lo dicono i numeri, sono un po’ due filosofie di calcio che si scontrano. La Fiorentina forse è la più equilibrata, che ha grande solidità e propensione offensiva e un anno di vantaggio. Leggo che sono convinte della loro forza, speriamo non facciano il Triplete che hanno annunciato e ci lascino qualcosa (sorride, ndr)».

NUOVO IMPIANTO – «Dopo la prima stagione pilota, dove era difficile fare ipotesi, abbiamo visto che si è consolidata l’affluenza ed è bello. Ad oggi, però, non c’è un progetto concreto e specifico di stadio dedicato alle ragazze o all’Under 23. Che l’esigenza stia montando, per fortuna, è abbastanza evidente. Come sempre la società farà le dovute valutazioni. Per il momento per i big match siamo costretti a fare un trasloco momentaneo perché Vinovo ha una capienza limitata e sarebbe un peccato togliere ai tifosi la possibilità di vederci. Fortunatamente poi abbiamo tifosi ovunque andiamo».

TIFOSI – «Ci seguono dappertutto, hanno un ottimo rapporto con le ragazze alimentato dai social. Non abbiamo alcun rapporto diretto con loro come società, sono assolutamente autonomi. Sono molto calorosi, ovunque andiamo li abbiamo trovati e li ringraziamo tantissimo, anche perché non è sempre facile seguirci. Ormai tra l’altro vengono da tutta Italia, sappiamo che anche contro il Milan verranno da tutta Italia a seguirci. Si sta creando una bella tifoseria sana, e ne abbiamo bisogno».

BILANCIO – «Quanto costa la sezione Femminile alla Juve? Il giusto (ride, ndr). Non saprei quantificare perché per fortuna tutta una serie di cose per noi non sono un costo perché utilizziamo quello che già utilizzano le altre strutture, nel senso che il settore medico è a disposizione, la scuola è a disposizione. Il J College dall’anno scorso è una scuola mista e l’anno scorso c’è stata la prima maturata, Cantore».

CANTORE – «Lei tra l’altro è pronta e a breve esordirà. Spero già che i medici le diano una passerella contro il Tavagnacco la prossima settimana. Rimarrà aggregata alla prima squadra, poi decideremo se aggregarla alla Primavera per un po’ di minutaggio».

TORNEI GIOVANILI – «Viareggio? Abbiamo dato piena disponibilità, ma non abbiamo ancora informazioni. Altri tornei per il settore giovanile? Mi ricollego a quello che dicevo prima, nella primavera scorsa abbiamo fatto alcune amichevoli contro il Lione e pareggiato 1-1 e perso 1-0. E parliamo della più grande squadra europea. Questo dimostra che quando le bambine iniziano con noi le partite si giocano pari. Oggi sei lontano nelle prime squadre per tutto quello che ho detto prima. E quelle bimbe lì saranno quelle che giocheranno contro il Lione tra 10 anni e oggi finisce 1-1, quindi immagino non ci sarà più quella differenza. Noi abbiamo dei gruppi giovanili veramente forti. Il gruppo delle 2004 credo sia il più forte in Italia e stiamo già fornendo 10, 12 ragazze alle varie Nazionali. Sarà che io la mia esperienza qui l’ho fatta nel Settore Giovanile, quindi l’ho pensata da lì, però abbiamo molta fiducia in questo progetto».

PROGETTO DI BASE – «Dal punto di vista del femminile c’è una piccola differenza quando parti. Le bimbe magari arrivano da realtà dilettantistiche e c’è una conoscenza leggermente inferiore dei fondamentali individuali. Quindi i primi tempi sono per dare questo tipo di concetti, che poi nel femminile servono di più, essendoci meno potenza e meno forza. Io ai tecnici del settore giovanile non di sistemi di gioco, ma concetti. Le giocatrici della Juventus sono giocatrici coraggiose, chi difende dove perde la palla, si aggredisce alti, la miglior difesa per noi è tenere la palla in una zona di campo dove non ci sono pericoli. Questi per noi sono i concetti, che ogni gruppo e allenatore può interpretare a seconda delle necessità e delle qualità, perché se tu in un gruppo hai un numero 10 fantastico sarebbe follee imporre di non utilizzarlo. L’importante è perseguire quei concetti che abbiamo chiesto, poi a fine anno vediamo dove siamo arrivati: qualche allenatore ha  ha aggiunto dei pezzi, qualcuno ha fatto un po’ di fatica, anche se la qualità dei gruppo ovviamente è determinante. A differenza del maschile, non avendo molta scelta, i gruppi del femminile sono gruppi molto più diversificati nel valore individuale. Nel maschile bene o male hai tutti bravi e puoi proporre certi esercizi, nel femminile, siccome siamo 23.000 e non 300.000, nel reclutamento prendi la bimba che ha la passione per giocare, ma non è detto abbia già la qualità per fare certe cose. Salendo, le 2004 che sono con noi da un po’ di anni, fanno più o meno le stesse cose del maschile».

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