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Napoli Juve, le conseguenze dell’umiliazione

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Napoli Juve, le conseguenze dell’umiliazione. Presupposti ed effetti di una disfatta che rischia di compromettere la stagione

Ai tifosi della Juve di una certa età, quale io sono, è venuto immediatamente in mente il 5-1 patito da Maifredi al San Paolo. Quella sensazione di umiliazione all’alba di quella che doveva essere una nuova era, mentre stavolta è sembrata la sconfitta terribilmente pesante che ne chiude un’altra. L’ultima partita di Andrea Agnelli, anche se sentimentalmente un po’ in tutti il post è iniziato dal giorno dell’annuncio delle dimissioni. Ma a Napoli ci siamo arrivati con tre dati troppo forti e coerenti per non avere un minimo di fiducia: 8 vittorie di fila, altrettanti clean sheet e gap ridotto a -7 punti. Ecco perché personalmente mi “stonava” il profilo basso di Allegri alla vigilia. Pensavo che ci fossimo conquistati il diritto all’ambizione. E invece la partita è stata anch’essa totalmente coerente con l’impostazione. Nessun automatismo, per carità, ma non è che l’umiliazione sia minore perché si è annunciato prima che il nostro obiettivo è entrare tra le prime 4. Anzi.


Le disfatte si vivono sulla pelle e nell’anima. Difficile capirne le conseguenze. Per dire, dopo quella Supercoppa, la squadra di Maifredi chiuse con la disfatta del settimo posto dopo avere raggiunto lo status di un gioco talvolta realmente scintillante. Allegri è certamente molto bravo nel passare le tempeste. Napoli è peggio di Israele solo nel punteggio, non nel significato. Ma la somma delle due – se -10 significa essere fuori dallo scudetto – è un inedito. E le ambiguità di questa stagione non le risolverà né Pogba, né Vlahovic e neanche entrambi, temo, pronto a essere smentito se la realtà indicherà il contrario.


I difetti di questa annata non li ha corretti il 3-5-2, purtroppo, crollato non appena è arrivato un test con la squadra più brillante del campionato. La disfatta di Napoli si spiega anche con errori individuali non preventivabili, vedi la serata nerissima di Bremer. Ma se si vuole avere una mentalità difensiva, se la su allena e inizia a dare risultati, allora non si gioca con Chiesa e Kostic a fare la fascia in maniera innaturale e non si mette in campo un centrocampo che non è né tecnico per gestire un minimo di gioco, né minimamente aggressivo per proteggere un reparto difensivo logorato dall’essere posto sotto assedio dal primo minuto.


Infine, non si può non crescere sul piano caratteriale. Il Napoli esprime uno spirito (la bellezza, anche se io ci leggo molto altro)? E noi non rispondiamo almeno sulla cattiveria. Che non è meramente il lato estetico della bruttezza di cui siamo tacciati, ma è la sostanza di una squadra che vuole esprimere qualcosa. Se il carattere non lo si ha per caratteristiche intrinseche dei giocatori, lo si allena stabilendo gerarchie mobili da definire. Si lotta per il posto, invece questo nella Juve di oggi non c’è. Allegri direbbe che non ci può essere, per i troppi assenti. Ma se Milik segna a Cremona, non deve finire in panchina la gara dopo. E se McKennie non funziona quasi mai, in nome di cosa deve continuare a essere titolare?
Queste che ho detto non sono conseguenze, mi si dirà, ma presupposti dell’umiliazione. Ma se non verranno risolte, diventeranno la zavorra di una stagione che è ancora troppo lunga per alzare bandiera bianca invece di bianconera.

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