Hanno Detto
Tardelli ricorda Paolo Rossi: «Con lui se n’è andata un’epoca. Platini mi ha chiamato alle sei del mattino per…»

Marco Tardelli ricorda Paolo Rossi nel corso di una recente intervista. Vediamo insieme le sue parole e l’aneddoto su Platini
In occasione del suo cinquantesimo compleanno, La Repubblica rivive il mezzo secolo trascorso con alcuni dei grandi protagonisti. Tra questi c’è Marco Tardelli, eroe del Mundial ’82.
IL CONTROLLO ALLA DOGANA – «La prima cosa che saltò fuori fu un libro. Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Mi chiese: ma lei non fa il calciatore? Ho iniziato con Robbins, poi Morris West, Philip Roth anche se Pastorale Americana mi ha lasciato molta tristezza, a Milano ho conosciuto Roberto Calasso che spesso mi regalava i testi dei suoi autori. Sono diplomato geometra, non dico di averli apprezzati o capiti tutti. Leggevo invece poco i giornali e quasi solo quelli di Torino visto che per dieci anni ho giocato nella Juventus. Ero amico di molti giornalisti, si parlava nello spogliatoio, anche dopo la partita, si litigava anche e si faceva pace. Ma non li ho mai invitati a pranzo, non volevo fraintendessero. Cercavo di non leggere le pagelle, ma come tutti ci cascavo e mi arrabbiavo, mi sembrava che non venisse riconosciuto che un atleta dà sempre tutto, anche se a volte purtroppo non basta».
LA LITE CON BRERA – «Sì nel mondiale ’82 in Spagna. Brera mi stava simpatico, era ieratico, quando lo ascoltavo in tv imparavo sempre qualcosa. Ma su Repubblica scrisse che avevo le gomme sgonfie. Ero nel bar del ritiro a Pontevedra a bere un caffè e lo vidi entrare. Appena si avvicinò dissi: vado via, sento una brutta puzza. Non credo di aver pronunciato la parola merda, ma a quella pensavo. Lui sentì benissimo, fece finta di niente. Non dovevo, ho sbagliato, gli dovevo rispetto, anche per una questione d’età, il mio cruccio è che con lui non ho mai avuto modo di scusarmi. L’ho fatto con suo figlio in una serata a Lodi in un fan club».
QUASI A PUGNI CON SCONCERTI – «Tutto partì per scherzo. 28 giugno. Campo di allenamento a Gavà, nei pressi di Barcellona. Eravamo in silenzio-stampa, ma venivano sempre tutti a vederci, nella speranza che si aprisse qualche crepa nel nostro mutismo. Con Gentile e Dossena facciamo finta di parlare al radiocronista Ezio Luzzi, ma in realtà mimiamo solo le parole. Sconcerti che è lontano non può capire che è un bluff, si alza la tensione, tutti e due esageriamo, da toscani furiosi ci urliamo: vediamoci fuori. Siamo pronti a fare a pugni, anzi ne abbiamo voglia. Poi intervengono in tanti e ci diamo una calmata».
I GIORNALISTI DI UNA VOLTA – «Con Mario ci siamo rivisti e frequentati anche in tv. Spesso non eravamo d’accordo, quella punta di asprezza dell’82 sotto sotto lavorava ancora, ma più per gioco. A Repubblica ho invidiato anche Gianni Mura, molto per la persona che era, per come si presentava, senza arroganza. Era una generazione che ascoltava, che faceva domande per far parlare noi, che non si metteva in prima fila. Una frase, un rigo appena mi viene da dire. Oggi si fanno domande che sono trattati, che contengono già risposte, ma butta via l’enciclopedia e chiedimi una cosa chiara e per favore cerca di capire che il soggetto principale non sei tu, ma chi ti sta davanti».
TIRO’ GLI ZOCCOLI A MATARRESE – «Forse gli zoccoli è esagerato, ma gliene dissi di tutti i colori. Anche gli altri eh, ma io di più. Entrò nei nostri spogliatoi per complimentarsi dopo il successo sul Brasile. Peccato che prima avesse detto che meritavamo di essere presi a calci nel sedere. Anche con lui ho fatto pace, anzi fuori dal calcio l’ho trovato amabile. Un’altra cosa che ci fece male, e c’entra sempre Repubblica, fu l’accusa di aver comprato il pareggio con il Camerun. Veramente cattiva e ingiusta. Il pari al Camerun non serviva per passare».
LA REPUBBLICA – «Che Repubblica era una cosa nuova, per formato e per linguaggio. Che si poteva avere uno stile diretto, non ingessato, più caldo. Anche se poi io scrivo a modo mio e non sono veloce. Quando mi hanno chiesto un articolo per la morte di Paolo Rossi, all’inizio ho detto no. Non ce la facevo, mi aveva svegliato Michel Platini, con una telefonata alle sei di mattina per darmi la notizia. È stato tremendo, il momento in cui ho capito che con lui se ne andava un’epoca. La nostra. Con lui, anche se è retorico dirlo, morivamo un po’ tutti noi. È stata la mia compagna Myrta Merlino a insistere, a dire provaci, non ti vergognare. Paolo per me è stato un fratello di luce e di felicità. Mi è uscito questo. Repubblica mi ha fatto capire che lo sport non è solo un risultato, dice molto di più. Racconta di noi, di partenze e traguardi, di quello che siamo e vorremmo essere. Me ne ricordo ogni anno quando vado al palazzo dell’Onu a parlare ai giovani di valori per Change the world. Proviamoci».