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Zazzaroni: «Provocazione Juve, giustizia sportiva ridicola. Kalulu in galera anche se non ha commesso il reato»

Zazzaroni: «Provocazione Juve, giustizia sportiva ridicola. Kalulu in galera anche se non ha commesso il reato». L’editoriale del giornalista
L’editoriale di Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport affronta con la consueta verve e un pizzico di provocazione il “caso Kalulu“, sollevando un velo sulla rigidità di un sistema che fatica a correggere i propri errori. Il direttore mette subito le mani avanti con ironia: «Nonostante sia il viceré dei Visiegotici (il sovrano è facilmente identificabile) non mi prendo il merito dell’iniziativa promossa dalla Juventus per vedersi restituire Kalulu».
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La mossa del dirigente Comolli, scaturita subito dopo il concitato Inter-Juve, ha visto il club bianconero attendere l’iter formale prima di chiedere la grazia per “accertata ingiustizia”. Zazzaroni si confessa divertito, avendo già espresso sui social il proprio disappunto per «gli automatismi, i paradossi, l’ottusità di una giustizia sportiva ridicola». Il paradosso, secondo il giornalista, è che pur essendo l’errore arbitrale conclamato, il giocatore debba comunque scontare la pena. La sua analogia è tagliente: «È come se, verificato che non hai commesso il furto del quale eri accusato, ti facessero trascorrere una settimana in galera».
Il precedente Lukaku e la strategia legale
Zazzaroni intravede nella mossa juventina un «sottile intento provocatorio», basato su un precedente illustre. Durante uno scontro di Coppa Italia, infatti, «la Federcalcio graziò Lukaku, espulso per aver protestato platealmente contro gli insulti razzisti… L’intervento di Gravina, sollecitato da opinione pubblica e media, quella volta fu immediato e risolutivo». Proprio su questo binario la Juventus ha «armato i suoi avvocati», cercando una coerenza di giudizio che tuttavia non è arrivata.
Una norma da cambiare
Sebbene la richiesta sia stata rigettata, per Zazzaroni il tema resta urgente e richiede una correzione regolamentare immediata. L’editoriale si chiude con una riflessione che va oltre il rettangolo verde, assumendo i toni di un dovere civile: «Perché quando l’ingiustizia diventa legge, la protesta e una profonda riflessione diventano doveri». Un richiamo alla logica in un sistema che, troppo spesso, preferisce la burocrazia del fischietto alla verità del campo.