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Ventura: «Da Italia-Svezia non è cambiato niente, io capro espiatorio. Non tornerei mai in Nazionale»

Ventura: «Da Italia-Svezia non è cambiato niente, io capro espiatorio. Non tornerei mai in Nazionale». Le dichiarazioni dell’ex ct
«Non è tutta colpa dei ct, è evidente. Ha le sue responsabilità, ma non è un problema di presidente federale o di allenatore, bensì di cultura, di sistema. Facciamo sempre finta di niente. Dopo il 2006, siamo usciti subito sia nel 2010 che nel 2014. Poi non ci siamo qualificati per tre Mondiali di fila. L’ultimo Europeo è stato bruttissimo. C’è stata solo la parentesi dell’Europeo vinto, la classica eccezione che conferma la regola».
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A parlare è Giampiero Ventura, ospite ai microfoni di “Radio Anch’io Sport“, che nel corso del suo intervento assolve Gattuso dopo che l’Italia ha mancato la qualificazione al Mondiale per la terza volta consecutiva.
L’ex commissario tecnico, che sedeva sulla panchina della Nazionale proprio nel drammatico spareggio che negò agli Azzurri il pass per la Russia nel 2018, insiste sulle mancanze di fondo del nostro calcio: «Ogni volta ci ritroviamo a parlare, a spiegare. Le criticità sono strutturali, deve intervenire il governo, non solo quello federale. Ognuno ha la propria ricetta. Un conto è dirlo e un conto è poi farlo. Da Italia-Svezia del 2017 non è cambiato nulla».
Ricordando quel momento difficile, aggiunge: «Siamo stati eliminati dalla Svezia, poi arrivata quinta al Mondiale». A margine di quella delusione, Ventura sottolinea anche il peso delle critiche ricevute: «L’attacco fu personale, bisognava trovare un capro espiatorio. Ma ormai fa parte del passato. Certamente ha inciso sulla mia scelta di staccare. Fu una violenza in alcuni casi anche gratuita».
La solidarietà a Gattuso e il nodo della generazione
Riflettendo sulla possibilità di tornare sui propri passi, l’allenatore non ha dubbi: «Se riprenderei una patata bollente come quella della Nazionale? Assolutamente no. Non l’avrei voluta prendere neanche quando l’ho presa. Dopo pochissimo tempo, mi resi conto che avevo fatto la scelta sbagliata ed era un momento in cui di scelte ne potevo fare diverse, anche molto interessanti. Ma è inutile piangersi addosso. Non c’erano i presupposti allora, non ci sono oggi. Chiunque siederà sulla panchina azzurra, incontrerà difficoltà oggettive».
Proprio per questo motivo, Ventura capisce perfettamente quello che sta passando Gattuso in questo momento: «Ci sono passato anch’io, ti senti responsabile per non aver raggiunto l’obiettivo. L’importante è che, in cuor suo, sappia di aver fatto il massimo. Gli consiglio di ripartire serenamente a fare il lavoro che ha sempre fatto. Con la convinzione che questo con la Nazionale è stato un brutto incidente di percorso, ma che può accadere nel mondo del calcio. Il prossimo ct? Credo che sia l’ultimo dei problemi. Qualsiasi sia il ct, se non viene messo nelle condizioni di lavorare al meglio, opererà sempre in questo contesto di difficoltà. Nel 2006 abbiamo vinto perché avevamo una generazione di fenomeni. Oggi questa generazione non c’è. Bisogna prima creare i presupposti affinché un ct possa incidere radicalmente».
Giovani, settori giovanili e il ruolo degli educatori
A questo proposito, Ventura rivela che, analogamente a quanto fatto da Roberto Baggio, aveva presentato ai vertici un report dettagliato per rilanciare il calcio italiano: «I palazzi si costruiscono dalle fondamenta, non dall’attico. Un tempo, i giovani giocavano 4-5 ore al giorno, tutti i giorni. Giocavano per strada o negli oratori. Se questi spazi non ci sono più perché la società è cambiata, bisogna crearne di nuovi. Nei centri vanno messi allenatori-educatori capaci e pagati, che non hanno l’obiettivo di vincere il torneino, ma di creare e di far crescere. Dopo aver creato e cresciuto, non deve esserci la dispersione: il passaggio dalla primavera alla prima squadra è troppo grande in Italia».
Per corroborare la sua tesi, Ventura cita l’esempio del giovane Vergara, sottolineando che «è nel Napoli da sempre, ma non avrebbe giocato neanche un minuto e non ci fossero stati tutti gli infortuni che ha avuto il Napoli quest’anno. Lo stesso Pisilli è da tempo che si conosce, poteva avere molto più minuti sulle spalle e sulle gambe».
La conclusione è un monito rivolto a chi si occupa dei vivai, dove spesso prevalgono le ambizioni personali dei tecnici a discapito della crescita dei ragazzi: «Una volta si viveva solo ed esclusivamente di tecnica. Oggi spesso nei settori giovanili l’ambizione dell’allenatore non è quello di crescere un talento, ma raggiungere un obiettivo per poter poi uscire dal settore giovanile e fare strada in maniera individuale. Serve cambiare atteggiamento, il modo di proporre e di proporsi».