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Bastoni turbato chiama l’Inter: il club lo difende… Non è un simulatore. L’esultanza? «Un riflesso»

Bastoni turbato chiama l’Inter: il club lo difende… Non è un simulatore. L’esultanza? «Un riflesso». Scelta la strategia del silenzio
La domenica di Alessandro Bastoni, trascorsa nella quiete di Castelli Calepio, è stata tutt’altro che riposante. Il difensore dell’Inter è passato bruscamente dal campo di San Siro a un assedio digitale senza precedenti, scatenato dagli episodi del Derby d’Italia. Quella che doveva essere una giornata in famiglia si è trasformata in un incubo: la marea di insulti e minacce di morte apparsi sul web ha spinto il calciatore e la moglie Camilla a una mossa drastica, ovvero la chiusura dei commenti sui propri profili social per proteggere la propria serenità e quella della piccola figlia Azzurra, finita incredibilmente nel mirino degli hater. A riferirlo è La Gazzetta dello Sport.
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Bastoni, profondamente turbato, ha cercato conforto nelle telefonate con i vertici del club. Ha ricevuto il sostegno incondizionato del tecnico Cristian Chivu e del presidente Beppe Marotta, i quali hanno minimizzato l’accaduto a un semplice episodio di gioco, respingendo l’etichetta di “simulatore” che l’opinione pubblica gli ha cucito addosso dopo il contatto con Kalulu. Nonostante il difensore abbia valutato l’idea di pubblicare un post chiarificatore per spiegare la propria posizione, alla fine ha prevalso la linea del silenzio tattico: troppa legna sul fuoco e troppo alto il rischio di essere ulteriormente equivocato.
A ferire il giocatore, oltre alle petizioni per estrometterlo dalla Nazionale, è stata la percezione della sua esultanza dopo il rosso al francese: per lui un riflesso condizionato figlio della tensione agonistica, che oggi non ripeterebbe con la stessa teatralità. Se da un lato è stato rassicurato sull’impossibilità di una squalifica tramite prova TV, dall’altro le dure parole del designatore Rocchi e la pioggia di epiteti come «Buffone», «Pagliaccio» e «Devi morire» hanno lasciato il segno. Per il centrale nerazzurro, quella di Bergamo è stata la difesa più difficile della carriera, non contro un attaccante, ma contro un’ondata d’odio che non accenna a placarsi.