Bonucci: «Sempre stato responsabile. Mio fratello era più bravo di me…»

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Bonucci: «Sempre stato responsabile. Mio fratello era più bravo di me…». Le parole del difensore della Juventus

Nella lunga chiacchierata con Claudio Zuliani su Juventus TV, Leonardo Bonucci si è raccontato a 360 gradi.

COLAZIONE – «In famiglia facciamo, ma io preferisco farla alla Continassa, così passa meno tempo dall’allenamento e non devo mangiare due volte. Se no il nutrizionista si agita un po’. Io il mattino sveglio i bimbi e preparo loro da mangiare, Martina mette su il the e prepara il latte per la piccola. Più o meno ci svegliamo tutti tra le 7.15 e le 7.30».

FIGLI – «Si chiamano Matilda Rebecca, Lorenzo Filippo e Matteo Marco. Hanno tutti il secondo nome ma chiamiamo tutti col primo. L’esultanza con la L e la M? Ho fatto delle prove prima con i bimbi, quando facciamo le partitelle in casa. Quello di mezzo esulta come Cristiano, quello grande invece e serio. Io mi sciacquo la bocca e loro ridono. Lorenzo va verso gli 8 anni, ma sembra ieri che aspettavamo il primo figlio con ansia. In questi 8 anni è successo di tutto e di più. Sono esperienze che ti cambiano la vita ed è una bella responsabilità».

RESPONSABILITA’ – «Non mi sono mai tirato indietro. Uno cresce sbagliando: sono gli errori che ti portano a crescere»

ADOLESCENZA – «Sono andato via da Viterbo a 17 anni. Poi sono andato a Milano, ho fatto questi due anni di praticantato lì. A Viterbo ero molto istintivo, meno razionale. Anche se molto responsabile: ero sempre presente a scuola e ho sempre ottenuto buoni voti pur non essendo il secchione della classe. Mi bastava stare attento in classe, il resto era dedicato al calcio. Noi giocavamo sempre a calcio dentro e sotto casa. Gli addetti di calcio della zona dicevano che mio fratello era molto più forte di me. Lui ha sempre fatto il difensore, io lo sono diventato a 16 anni, sei mesi prima di andare all’Inter. Devo ringraziare mister Perrone che mi disse ai tempi della Berretti che se volevo diventate calciatore dovevo fare il difensore. Io pur non apprezzando il ruolo, essendo capitano non sono andato contro il mio allenatore. Da centrocampista a difensore cambia tutto». 

PAZIENZA – «Ho imparato ad esserlo perché le esperienze della vita di portano a capire i momenti e ha riflettere quei famosi 10 secondi in più».

STACCARE DAL CALCIO – «Io ho sempre evitato di portare il lavoro dentro casa, provando a godere quello che ho senza stress. Poi ogni tanto ci sediamo a tavola e parliamo di quando le cose vanno meno bene. Mia moglie prima di conoscermi di calcio non sapeva nulla e quindi da esterna riesce a dare una lettura diverse ad alcune situazioni».

RIMPIANTI – «Uno su tutti, levata la Juventus dove sono ancora in corsa. È l’Europeo del 2016, quando ho sbagliato il secondo rigore con la Germania. Avevo segnato quello in partita calciandolo in un modo ed era andato bene. Davanti avevo Neuer e non sapevo come calciare, ero perso nell’indecisione. Lì avrei dovuto solo scegliere un lato e calciare forte senza pensare. Quello è un rimpianto che non mi toglierò facilmente. Mi rimane solo l’’Europeo del 2020…».

FINALI PERSE – «Se pesa più Cardiff o Berlino? Secondo me Berlino, ci sono stati 10 minuti dopo il gol di Morata in cui abbiamo avuto l’occasione di poter andare in vantaggio. Sono stati quei 10 minuti a farci credere di poterli battere e ci siamo esposti al loro contropiede con quei tre davanti che ti facevano male. Ma abbiamo diversi anni per ambire al sogno».

BULLISMO – «Ho vissuto un periodo a Viterbo in cui sono stato bullizzato. Ma è stato anche una fortuna, un’esperienza che ho trasformato in qualcosa di positivo. Bisogna parlarne, non deve essere una vergogna. Mi sono detto: “Se ho attirato una persona per farmi del male significa che io ho offerto il fianco. C’è qualcosa che devo cambiare”. L’andare a Milano dove incontri milioni di persone tutti i giorni ha fatto sì che io diventassi più sicuro di me e meno timido. Ho scritto un libro perché mi piaceva trasmettere questa esperienza. Anche il bullo soffre di qualcosa…».

SOCIAL E L’ANNO AL MILAN- «A me piace leggere i commenti che mi scrivono. Seguo tutti social, l’ho fatto anche nell’anno del passaggio al Milan. Le scelte portano a delle conseguenze. Non mi sono mai tirato indietro a confronti. In quell’anno fuori sono migliorato come uomo e ho capito che la Juventus è unica». 

CAPITANO – «La fascia è un simbolo. Noi all’interno della squadra abbiamo giocatori di grande spessore e carattere. È un confronto quotidiano in cui la leadership è importante. Poi ci sono momenti in cui la parola di qualcuno conta di più e momenti in cui la parola del gruppo fa star bene tutti. La fascia presto tornerà a Giorgio, come è giusto che sia: noi lo aspettiamo perché è un elemento importante nello spogliatoio. Ci è mancato in questi mesi. Ho traghettato la fascia facendo un buon lavoro. Imparerò ancora aspettando che il vecchietto smetta di giocare».

FUTURO – «Allenare? Mi piacerebbe. Non è facile. È facile diventare allenatore, è molto difficile diventare quel tipo di allenatore che vorrei essere. Ma le cose difficili mi sono sempre piaciute».

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