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Galatasaray Juve, i segnali di pericolo c’erano tutti. I numeri dei turchi in questa Champions League sono chiarissimi

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Galatasaray Juve, i segnali di pericolo c’erano tutti per i bianconeri. I dati sui turchi in questa Champions League non lasciano dubbi

Il 5-2 con cui il Galatasaray ha annichilito la Juventus nell’andata dei playoff può sembrare, a una lettura superficiale, un risultato quasi tennistico figlio di una serata di follia collettiva bianconera. Tuttavia, riavvolgendo il nastro del percorso casalingo dei turchi in questa Champions League, emergono segnali inequivocabili: l’Ali Sami Yen è una trappola mortale e la debacle della Vecchia Signora era uno scenario tatticamente prevedibile.

Il precedente illustre: la lezione al Liverpool

Il primo, gigantesco indizio risale alla seconda giornata. Il Galatasaray aveva battuto 1-0 il Liverpool. Non una versione rimaneggiata dei Reds, ma una corazzata che aveva schierato l’artiglieria pesante (Isak, Salah, Wirtz ed Ekitiké tutti insieme). Se la difesa turca, guidata da Sanchez e Torreira, è stata in grado di imbrigliare un attacco da 300 milioni, non era così impensabile che i bianconeri privi di un vero attaccante e con un Yildiz in calo di condizione facessero fatica a pungere al pari dei padroni di casa, nonostante la sorpresa delle incursioni di Koopmeiners.

L’incidente di percorso che conferma la regola

L’unico passo falso casalingo, lo 0-1 contro l’Union St. Gilloise alla 5ª giornata, è l’eccezione che conferma la regola. Quel giorno il Gala era orfano di Osimhen, Akgun e Lemina. Senza la spina dorsale, la squadra si è inceppata. Ma al completo, come contro il Bodo/Glimt (3-1 netto con doppietta di Osimhen) o nel pareggio contro un solido Atletico Madrid (1-1), la squadra di Istanbul ha sempre imposto ritmi insostenibili per gli avversari.

Il fattore Osimhen e la profondità

Contro la Juve, Osimhen non ha segnato, ma il suo voto (8) spiega tutto
: la sua presenza apre voragini. Nelle gare casalinghe precedenti, il nigeriano era stato il mattatore. La Juve si è preoccupata di lui, lasciando il campo alle incursioni di Lang (scatenato contro i bianconeri da tradizione, già con Thiago Motta ai tempi del Psv aveva fatto il diavolo a quattro) e alle geometrie di Gabriel Sara.

In sintesi, i segnali c’erano tutti: una capacità comprovata di battere le big (Liverpool), un rendimento offensivo costante quando la rosa è al completo e un fattore campo che trasforma la squadra. La Juve è entrata in una tonnara in cui altri erano già caduti, pagando dazio a una difesa colabrodo contro un attacco che, in casa, non perdona, anche se le proporzioni della disfatta non trovano giustificazione alcuna.

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