Iuliano: «L’episodio con Ronaldo? Capisco la rabbia degli interisti ma…»

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Nicolò Schira, sul suo profilo Instagram, ha intervistato l’ex difensore della Juve Mark Iuliano. Le sue parole

L’ex difensore della Juventus Mark Iuliano ha parlato su Instagram, rispondendo alle domande del giornalista Nicolò Schira. Ecco le parole riportate dallo stesso Schira al termine dell’intervista con l’ex bianconero.

LA JUVE – «Essere chiamato dai Campioni d’Europa in carica fu un sogno ad occhi aperti. Non potevo dire di no, visto che fin da bambino ero juventino fino al midollo. Ero tifosissimo e malato per i colori bianconeri. Il salto da Salerno a Torino non fu facile almeno inizialmente, trovai però un gruppo di grandi uomini e campioni che mi aiutò tantissimo a farmi sentire parte di loro. Giocare 10 anni nella mia squadra del cuore è stato qualcosa di eccezionale. Anni meravigliosi in cui sono riuscito a Vincere quasi tutto, peccato solo per la Champions League che mi è sfuggita tre volte in finale. Il primo anno fu leggendario: scudetto, Supercoppa europea e Intercontinentale».

GOL SCUDETTO – «Si giocava di venerdì sera perché il mercoledì succesivo avevamo la finale di Champions contro il Borussia Dortmund. Una notte più che perfetta quella di Bergamo: segno il primo gol in Serie A e con la Juve: una rete storica visto che il pareggio contro l’Atalanta ci consegna lo scudetto. I miei amici non ci credevano che avessi segnato davvero. Peccato che i festeggiamenti durarono poco, perché c’era da preparare subito la gara contro il Dortmund. Alla Juve è sempre stato così: le vittorie duravano poco, c’era semre un’altra gara da vincere».

GRUPPO – «Lo spogliatoio bianconero era pieno di campioni, eppure i vari Ferrara, Conte e Peruzzi non ti facevano pesare i loro successi. Anzi coccolavano e stimolavano noi giovani, ci facevano sentire parte di loro. Quasi come fossimo noi i Campioni d’Europa e non loro. Si faceva gara a chi faceva nuovi record ai macchinari in palestra: si lavorava tantissimo e puntavamo a migliorarci. Nel 1996 arrivammo io, Montero, Zidane, Falcioni, Bobo Vieri e Amoruso: tranne Zizou eravamo 5-6 scapoloni e stavamo sempre insieme, dentro e fuori dal campo. Eravamo una bella combriccola. Quante ne abbiamo combinate».

ZIDANE – «Palla su e ci pensa Zizou. Gli tiravamo certe polpette e lui con classe addomesticava il pallone in mezzo a tre, non la perdeva mai la palla. Impossibile portagliela via. Timido e di una umiltà incredibile: uomo e calciatore meraviglioso, eravamo Zidane dipendenti. Correva più di tutti e si allenava a mille, impossibile non essere suoi tifosi. Anche da allenatore sta facendo cose straordinarie. Era il nostro gioiellino, guai a toccarlo anche in allenamento. Eravamo tutti calcisticamente innamorati di lui».

LIPPI – «Raccontare Marcello Lippi non è semplice. Un uomo straordinario che è stato come un padre per noi, che eravamo tutti molto giovani e alle prime armi in una big. Aveva una visione del gioco incredibile: con un cambio ti ribaltava la partita, non ho mai visto un allenatore con una capacità di lettura della gara come la sua. Con Lippi se meriti giochi: sia che hai 18 o 38 anni per lui è uguale, non guarda la carta d’identità».

FINALE DORTMUND – «Giocavamo contro una parte di storia della Juve, c’erano tantissimi ex. Arrivammo in grande condizione e reduci da un’annata straordinaria, mentre il Borussia aveva fatto fatica tutto l’anno. Eravamo nettamente favoriti e superiori. Rieddle era in scadenza di contratto: non lo aspettavano neppure a casa e quella sera fece doppietta, tanto che poi firmò grazie a quella partita un contratto di 5 anni con il Liverpool. Ci trovammo 2-0 sotto senza sapere perché. Entrò Del Piero e Alex riuscì a riaprirla con il gol di tacco, ma Ricken con un pallonetto ci gelò».

FINALE REAL – «Partita ruvida, poche occasioni ma tutte da parte nostra. Il Real arrivò in finale senza sapere come… Non c’era il Var e il gol di Mijatovic ci castigò. Fu incedibile. Il rammarico durò poco, perché alla Juve si volta subito pagina: pensammo subito alla stagione successiva».

AVVERSARIO PIÙ FORTE – «Ronaldo, il Fenomeno era qualcosa di incredibile. Sopratutto l’anno all’Inter anche se l’ho marcato pure a Madrid quando era al Real. Ronie era impressionante e magnifico: quando lo vedevo in tv, tifavo per lui. Era fantastico vederlo giocare. Nel 97/98 era imprendibile».

RIGORE SU RONALDO – «Domani sono 22 anni da quel giorno. Non passa un giorno che qualcuno non me ne parli. I primi anni mi dava un po’ fastidio che ci si ricordasse di me solo per quell’episodio e non per 15 anni di carriera in Serie A incredibile in cui ho vinto tutto. Con Ronaldo ci siamo incontrati diverse volte e ci abbiamo scherzato tu. Capisco la rabbia degli interisti in quel momento a caldo, perché ci si stava giocando uno scudetto. Fuori dal campo invece l’abbiamo archiviata».

5 MAGGIO – «Fu un campionato pazzesco, lo scudetto più inaspettato. L’Inter aveva fatto una grande stagione ed eravamo convinti che a Roma facessero festa. Invece loro non hanno vinto e noi ne abbiamo approfittato. Siamo stati bravi a non mollare quell’anno restando sempre attaccati a loro. Cuper l’anno di Maiorca ogni giorno me lo rinfacciava. L’Hombre Vertical era un grande allenatore e sopratutto un uomo vero, tutto di un pezzo. Abbiamo lavorato insieme in Spagna e ho potuto apprezzarne l’uomo oltre che il professionista. Glielo dicevo anche a lui: il 5 maggio è stata colpa vostra, se vincevate a Roma lo scudetto non l’avremmo vinto».

DEL PIERO – «Ragazzo e campione straordinario. Prima del grave infortunio di Udine era immarcabile, il miglior calciatore al mondo. Vinceva le partite da solo».

NEDVED – «Campione straordinario, un Pallone d’Oro. Dopo Juve-Real volevamo ucciderlo per quella ammonizione al novantaduesimo. Avremmo potuto vincerla con lui in campo a Manchester, peccato…».

HENRY – «Era mio compagno di stanza, era velocissimo e fortissimo tatticamente. In quel momento giocavamo 3-5-2 con Ancelotti e quel sistema di gioco non era congeniale a lui. Lui era una seconda punta che amava partire esterno. Con noi fece fatica, era molto giù di morale perché giocava poco e così decise di andare via. Se sia lui che la Juve avessero avuto pazienza, avrebbe fatto la storia con noi e non a Londra. Quando lo sfidammo in Champions aveva il dente avvelenato: ad Higbury ci diede una passeggiata vincendo quella partita da solo».

ANCELOTTI- «Persona immensa. Da noi era ancora giovane e aveva meno esperienza di Lippi, ma si vedeva che sarebbe diventato un fenomeno della panchina. Carlo sapeva darci tranquillità e farci rendere al meglio. Uscimmo in maniera rocambolesca in semifinale di Champions contro il Manchester United dopo che vincevamo 2-0 dopo 10 minuti. In campionato ci fu lo scudetto buttato via a Perugia: avevamo 9 punti di vantaggio sulla Lazio a 7 giornate dalla fine, ma arrivammo noi corti. Fu colpa nostra. L’anno dopo c’è stato il testa a testa con la Roma. Un dolore non vincere niente con Ancelotti, avrebbe meritato un successo».

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