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Juve Verona, come è cambiata la squadra rispetto all’andata con Spalletti e cosa non funzionò davvero per Tudor. Lo specchio del presente!

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Juve Verona, le differenze tra la squadra di Igor Tudor e quella di Luciano Spalletti e cosa non funzionò all’andata per i bianconeri

C’era un’aria di grande ottimismo attorno alla Juventus quel 20 settembre 2025. Igor Tudor arrivava al Bentegodi per l’anticipo della quarta giornata forte di tre vittorie consecutive in campionato. Sembrava una macchina perfetta, ma il prato di Verona si rivelò la prima vera trappola della stagione, sancendo il primo, rumoroso passaggio a vuoto (1-1) della gestione croata. Oggi, alla vigilia della gara di ritorno e con Luciano Spalletti seduto sulla panchina bianconera, guardarsi indietro non è solo un esercizio di memoria, ma la chiave per capire come è cambiata questa squadra, pur mantenendo intatta la sua veste tattica.

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La caduta degli dei: cosa non funzionò per Tudor

Rileggendo gli appunti di quel tardo pomeriggio veronese, emerge il quadro di una Juventus andata in cortocircuito quasi subito. Nonostante l’illusorio vantaggio iniziale firmato da Conceicao al 18′ (una prodezza balistica rientrando verso il centro), i difetti strutturali di quella Juve si palesarono in modo evidente.

Il sistema di Tudor, un 3-4-2-1 molto aggressivo sulla carta, si scontrò con una realtà fatta di spazi intasati. Preoccupante fu soprattutto l’isolamento di Dusan Vlahovic (reduce da un grande impatto col Borussia Dortmund), incapace di dialogare con Yildiz e lo stesso Conceicao, finendo spesso per farsi assorbire dalla morsa di Nelsson e Coppola. Inoltre, la squadra soffrì terribilmente sul piano del ritmo. Il Verona di Zanetti la schiacciò in velocità, portando la Juve a un giro palla difensivo a tratti autolesionista.

Tudor provò a correre ai ripari leggendo le difficoltà dei singoli. All’intervallo bocciò Locatelli, apparso troppo frettoloso e in difficoltà nelle letture, inserendo Koopmeiners. Nella ripresa tolse uno spento Thuram per il giovane Adzic e provò la carta Openda per Vlahovic. Ma la scossa non arrivò. Il rigore dell’1-1 di Orban a fine primo tempo (nato da un contestato tocco di mano di Joao Mario) tolse certezze. Nel finale, la fotografia della squadra fu impietosa: stanca, poco lucida, costantemente meno reattiva sulle seconde palle rispetto ai gialloblù e portata a giocare in modo individualista

Lo specchio del presente: il 3-4-2-1 di Spalletti

Oggi la Juventus torna ad affrontare il Verona, ma lo fa con una consapevolezza diversa. Il paradosso più affascinante è che Luciano Spalletti, subentrato a stagione in corso, non ha stravolto il modulo. La sua Juventus si schiera con lo stesso identico 3-4-2-1 di Tudor, ma lo interpreta con una maturità e con uomini profondamente diversi, come dimostrato nell’ultima solida uscita a San Siro contro il Milan (0-0).

Se l’impalcatura vede ancora Di Gregorio in porta, Kelly e Kalulu in difesa, e l’asse Locatelli-Thuram-Cambiaso a centrocampo, è la spina dorsale e la trequarti ad aver subito una mutazione genetica:
• La solidità centrale: al Bentegodi Tudor schierò Gatti (ammonito subito e costantemente nervoso), mentre Spalletti oggi si affida all’imprescindibile Bremer al centro della difesa, un muro che garantisce letture e fisicità per non farsi “schiacciare” come accaduto a settembre.
• Gli esterni: sulla destra, l’esperimento di Joao Mario a tutta fascia a Verona si rivelò confuso, culminando nell’episodio del rigore. Vedremo domani se il suo sostituto, Holm, sarà schierato titolare alla luce delle buone prestazioni fatte o toccherà a McKennie.
• L’attacco rivoluzionato: è qui che Spalletti ha cambiato i connotati alla squadra. A Verona c’erano Yildiz e Vlahovic (con Openda, David e Adzic subentrati nel caos). Oggi, il tecnico toscano preferisce un attacco più mobile e associativo: Conceicao e Boga (con Yildiz limitato dai problemi al ginocchio e Zhegrova pronti a subentrare) agiscono alle spalle di Jonathan David (ma Dusan preme per riprendersi il posto).

Il Verona, dunque, troverà davanti a sé lo stesso spartito tattico di settembre, ma suonato da un’orchestra che ha cambiato i suoi primi violini e, soprattutto, ha imparato a non specchiarsi nei propri limiti quando gli spazi si restringono.

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