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Heysel, 41 anni dopo: la necessità di una memoria civile condivisa

Heysel, 41 anni dopo: la necessità di una memoria civile condivisa. Non si tratta di una tragedia juventina, ma italiana ed europea
Sono passati quarantuno anni da quel 29 maggio 1985, eppure il nome “Heysel” continua a risuonare non come il teatro di una finale di Coppa dei Campioni, ma come il sinonimo di una delle pagine più nere della storia contemporanea. Quarantuno anni da quando trentanove persone, andate in Belgio per assistere a una partita di calcio tra Juventus e Liverpool, trovarono la morte in una trappola di cemento armato, inettitudine e furia cieca. Una vera strage, per certi versi annunciata per le condizioni improponibili dell’impianto e l’impreparazione delle forze dell’ordine, dimentiche del contesto di quegli anni, nei quali la violenza legata al calcio era una situazione diffusa e i segnali d’allarme erano assolutamente evidenti.
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Oggi, a più di quattro decenni di distanza, ricordare l’Heysel non può e non deve essere un esercizio di mera cronaca sportiva, né un lutto relegato esclusivamente al tifo bianconero. C’è un’urgenza profonda, oggi più che mai, di edificare su quella strage una memoria civile, collettiva e attuale. Un patrimonio che riguardi tutti, perché ciò che accadde a Bruxelles fu, prima di tutto, il fallimento della civiltà.
Le cronache di quella sera ci restituiscono i contorni di un’apocalisse evitabile. Il famigerato “Settore Z” non ospitava gli ultras più caldi, ma gente quieta: famiglie, padri con figli piccoli, disabili. Furono loro a subire l’assalto bestiale degli hooligans inglesi, annebbiati dall’alcol e armati di lattine contorte a mo’ di tirapugni, bottiglie e sbarre di ferro. Ma la furia dei reds fu solo l’innesco. La bomba era stata preparata da un’organizzazione criminale: uno stadio fatiscente che si sgretolava a mani nude, una rete divisoria ridicola e un servizio d’ordine belga inesistente. I poliziotti erano assenti dove servivano e impreparati a gestire il panico, trasformando la ritirata degli italiani in una calca mortale contro un muretto crollato.
A rendere l’Heysel una ferita ancora aperta è anche la gestione di ciò che avvenne dopo. Mentre le salme venivano allineate fuori dallo stadio e il sangue macchiava i gradini, si decise di giocare. Un ordine dettato dalla paura che lo stadio esplodesse in una guerriglia totale, che costrinse i giocatori a scendere in campo in un clima spettrale. Le parole dei protagonisti di allora riflettono lo smarrimento e il dramma di chi si aggrappò alla partita per fuggire mentalmente dalla morte che li circondava. Si visse l’evento come in una bolla, un’atmosfera di sospensione per evitare di pensare davvero all’abnorme situazione, un rimosso collettivo per fare finta che non si fosse assistita a una scena di guerra a senso unico per una partita di pallone. Quella Coppa, alzata al cielo in un gesto istintivo e poi aspramente criticato è una scena difficile da giudicare senza pensare alle circostanze che l’hanno originata a Bruxelles. Decisamente più sbagliato fu il giorno dopo esporla dalla scaletta dell’aereo, quando c’era stato il tempo per riflettere e onorare diversamente chi non c’era più.
Ma l’obbligo di una memoria civile nasce anche da ciò che accadde lontano da Bruxelles, nelle strade italiane. La notte dell’Heysel vide l’Italia dividersi in modo assurdo, inconcepibile. Mentre le famiglie piangevano i loro morti, nelle piazze di Torino e di altre città andavano in scena caroselli, clacson e festeggiamenti fuori luogo, frutti di un fanatismo incapace di fermarsi davanti alla morte. E, negli anni successivi, i muri delle città e gli spalti degli stadi si sono riempiti di scritte infami, usando quei 39 morti come macabro sfottò da scagliare contro l’avversario.
È proprio qui che risiede il senso del ricordo oggi. L’Heysel non è “la tragedia della Juventus”. È una tragedia italiana ed europea. Commemorare il 29 maggio 1985 significa educare le nuove generazioni al rispetto della vita umana all’interno di un contesto sportivo, condannando senza appello chi ancora oggi utilizza quella strage come strumento di odio.
A 41 anni di distanza, i drappi insanguinati e le scarpe abbandonate sui gradini del Settore Z devono essere un monito scolpito nella coscienza di chiunque ami lo sport. Costruire una memoria civile significa trasformare il ricordo di quelle vittime innocenti in uno scudo contro l’ignoranza, ricordando che nessuna partita, e nessuna rivalità, varrà mai il prezzo di una vita umana. I libri, i film, i documentari, i monumenti e ogni testimonianza utile ad attualizzare il ricordo producono cultura e hanno il merito di renderla viva.