Alessandro Bonora si racconta, il terzino classe 2008 formatosi nell’accademia bianconera parla in esclusiva ai microfoni di Juventusnews24 dei passaggi della sua giovane carriera: dall’esperienza decennale alla Juventus al salto in D con la maglia dell’Alessandria, ecco le sue dichiarazioni
La storia è quella di Alessandro Bonora, giovane calciatore classe 2008 cresciuto proprio nel vivaio della Juventus. Nell’arco della lunga chiacchierata concessa a Juventusnews24, il terzino ha avuto modo di raccontare le sue esperienze dentro e fuori dal campo. A partire da come si è approcciato al mondo del calcio, da bambino, alla giornata tipo di un giovane giocatore che disputa la serie D in uno dei club più prestigiosi della categoria, passando per i suoi idoli e la situazione del calcio italiano vista da chi il campo davvero lo calca. L’intervista, di cui sotto verranno riportati alcuni dei passaggi cruciali e più interessanti, è a firma di Fabio Zaccaria. Dopo ben dieci anni tra le fila dei bianconeri, Bonora è andato in prestito al Catanzaro, primo snodo cruciale della sua carriera. Al ritorno, anziché restare all’interno del settore giovanile, la scelta è ricaduta subito sul calcio dei grandi: con il salto in serie D all’Asti. L’esperienza con compagni di squadra molto più grandi anagraficamente, uno spavento prontamente superato e una grande stagione nel complesso. Poi, il passaggio all’Alessandria, società in cui milita attualmente.
Come ti sei appassionato al calcio? C’è una persona in particolare che ti ha trasmesso questa passione?
« In famiglia sono tutti tifosi Juventini, mio papà gioca a basket, segue la Juve ma il suo sport era il basket fin da quando era piccolo. Questa passione mi è stata tramandata da mio nonno, che essendo di Verona, era tifoso sfegatato Juventino e ogni volta che andavo a casa sua o mi regalava i biglietti per andare allo stadio o banalmente ci guardavamo le partite insieme. E’ stato proprio lui a darmi questa idea di provare a giocare, di buttarmi.»
Qual è il primo contatto che hai avuto con il pallone? Ce lo puoi fotografare?
« Io, dopo scuola alle elementari o anche da più piccolo, andavo sempre con i miei amici al parchetto sotto casa per ricreare quelli che erano i nostri idoli: Messi, Cr7, i soliti. Già da più piccolo io con i miei migliori amici di tutt’ora, giocavamo e son sempre stato uno di quelli un po’ più forti e da lì poi io e il mio migliore amico di allora abbiamo preso questa decisione insieme, a 6/7 anni di iniziare entrambi a giocare, le nostre mamme si sono messe d’accordo e ci hanno portato a quella che un tempo era la JStar, ora è la Sisport. Abbiamo fatto questo provino ed abbiamo cominciato a giocare. Il primo contato col pallone è stato come per moltissimi ragazzini al parchetto sotto casa, con i propri amici.»
Ti ricordi invece la prima chiamata, il primo allenamento a Vinovo?
« Avevo o sei o sette anni, eravamo tornati dall’allenamento io e mio papà, stavamo cenando e lui mi detto: “Guarda mi ha chiamato il direttore sportivo dei ragazzi, della Juve”. Io non ci credevo, perché ero già tifosissimo della Juve, sempre andato allo stadio a guardarla, poi ai tempi era molto forte. Allora, emozionatissimo, ricordo che era un martedì, sono andato a scuola ed ero emozionatissimo, non riuscivo a seguire neanche la lezione. Poi sono arrivato a Vinovo: pareti Juve, stemmi Juve, vestiario tutto Juve, ci davano le scarpe già da piccolini da ginnastica e da calcio. Lì è stata la primissima chiamata ma erano solo allenamenti, l’annata 2008 non esisteva ancora. Quell’anno ho fatto solo gli allenamenti con altri ragazzi che avevano chiamato e l’anno dopo poi, da che eravamo una cinquantina ne hanno tenuti una ventina perché giocavamo a cinque.»
Lunga trafila nella Juve, fino a metà dell’Under 17, poi un salto a Catanzaro in prestito, torni alla Juve e vai a giocare per la prima volta nel calcio dei grandi. Prima ad Asti e poi ad Alessandria: che differenza hai notato da un ambiente “protetto” come quello della Juve in cui ti danno tutto. C’è un reparto di psicologi, strutture all’altezza. Che effetto fa, per un ragazzo di quell’età, uscire da quell’ambiente così protetto, un po’ la tua comfort zone e andare al Catanzaro?
«Partendo dal fatto che alla Juve, essendo una società grandissima a livello europeo, parliamo secondo me nella top 10 a livello europeo, già da piccolino sei abituato a viaggiare. Già a 10, 11, 12 anni avevo fatto svariati tornei in giro per l’Europa e non: Giappone, Germania, tutti questi posti. E quindi cresci con una mentalità in cui al di fuori della Juve non sai cosa c’è banalmente. Non passi già dal dilettantismo, dove inizi a capire “Non è tutto come la Juve”. La prima cosa che ho notato appena sono uscito dalla Juve è che, in qualunque squadra d’Italia, poi io sono andato a Catanzaro, è completamente diverso. La prima cosa che cambia è proprio l’attenzione che ti danno. Banalmente, quando ti fai male e sei in Juve, c’è tutto lì a Vinovo. Hai la visita di controllo col dottore, poi la risonanza magnetica, poi se hai il dolorino te lo massaggiano, vai in palestra con acqua calda e acqua fredda. Se vai da qualunque altra parte e non sei in Juve, diventano un casino anche solo gli spostamenti. Tralasciando gli infortuni anche a livello scolastico, la Juve si è sempre appoggiata al Wins, quello vicino alla Continassa. Lì avevamo tutto programmato: spostamenti e cose. Andavamo a scuola lì, poi prendevamo il pullman che dal convitto ci portava al campo e dal campo poi ci portava alla stazione. Chi abitava a Torino come me, chi abitava in Convitto. Era tutto curato nei minimi dettagli. Fuori non è così. Ma anche quando sei piccolini, dall’U14 in giù che hai tredici, dodici, undici anni. La Juve mette a disposizione queste navette che passano per Torino e in provincia per ritirare tutti i ragazzi. Da altre parti non è così, proprio per niente. »
Sull’esperienza a Catanzaro
«Per quanto riguarda il mio percorso a Catanzaro io mi son trovato bene, poi essendo cresciuto sempre in Juve, avendo vissuto sempre certi contesti, l’ho vissuta – non lo nego – in maniera molto difficile. Non ero mai stato abituato a cambiare compagni, cambiare squadra. Vivevo sempre in questa bolla Juve dove era tutto preparato e la cosa è che non ero mai andato lontano da casa, per niente e la prima esperienza è stata proprio dall’altra parte d’Italia. E’ stata tosta, però poi mi ha aiutato anche che facendo mezzo anno lì sono maturato sia dal punto di vista calcistico ma anche sotto il punto di vista umano. Ero in questa stanza da solo, per la prima volta lontano da casa, dall’altra parte d’Italia. Dovevo, banalmente, prepararmi da mangiare qualche volta da solo, farmi il letto, farmi io la lavatrice. Cose che non facevo quasi mai. Penso che questa cosa mi ha formato molto anche dal punto di vista umano.»
Sempre sul passaggio a gennaio dalla Juventus al Catanzaro in prestito
«E’ arrivato a gennaio, anno in corso, la trattativa si è chiusa in cinque giorni o anche meno. Io sono passato dall’essere alla Juve normalmente all’altra parte d’Italia, a sperare di fare bene. Non è neanche detto, il punto di vista emotivo può prendere il sopravvento. Non sono uno che si mette le mani nei capelli quando è lontano da casa però è anche vero che avevo 17 anni, sì, la prima volta lontano da casa dall’altra parte completamente. Io per sei mesi sono tornato a casa una sola volta. Non ti nego le prime due o tre settimane di ambientamento, ma proprio perché non avevo mai cambiato squadra, scuola.. Era tre anni che vivevo in una bolla: io a scuola andavo con gli stessi compagni di calcio. Se dovevo uscire la sera, una volta a settimana, uscivo con i miei compagni di calcio. Io non ho mai cambiato amicizie, è stata una cosa stravolgente che secondo me mi ha fatto molto crescere sotto il punto di vista umano.»
Sul discorso scolastico nel mezzo anno in Calabria
«E’ stato molto difficile, perché io vivevo in una foresteria che comprendeva solo Under 17 e Primavera. visto che facevo un po’ su e giù mi hanno messo con quelli della Primavera ed ero l’unico che frequentava in liceo sportivo perché ho cambiato a gennaio e mia mamma e mio papà mi ha detto “Continua con il liceo sportivo, è quattro anni e mezzo che lo fai continua così, poi l’anno prossimo vediamo”. Dalla foresteria prendevo questo pullman con un altro ragazzo, eravamo gli unici due su quaranta. Ci svegliavamo alle 6:30, facevamo un’ora di pullman perché la foresteria stava a Catanzaro città che è sopra, la scuola era al lido davanti al mare, anche una bella scuola. Quindi ci svegliavamo prestissimo, prendevamo questo pullman e facevamo tutta la città, scendevamo per andare al lido. Facevo non più di tre o e mezza o quattro perché poi dovevo riprendere il pullman per andare su: mangiare, cambiarmi, fare pranzo e poi riprendere la navetta organizzata da loro per andare giù. E quindi ho avuto molte difficoltà con i professori che non capivamo il fatto che dovessi uscire prima, non che volessi saltare le ore di lezione perché non avevo voglia di studiare. Quindi dovevo uscire prima, ho fatto molta difficoltà tanto che sono dovuto scendere a settembre per fare i debiti però ho passato comunque l’anno e i professori sono stati comprensivi. Li ringrazio anche tanto, perché mi hanno aiutato anche loro.»
Dopo Catanzaro, arriva l’Asti. Prima volta nel calcio dei grandi. Esordisci con l’Asti il 20 settembre 2025 contro la Valenzana, che ricordo hai di quell’esordio?
«Avevo saltato le prime due per motivi di salute, la terza eravamo andati a giocare fuori, a Lavagna in Liguria. Un campo un po’ difficile, il mister non si è fidato. Poi c’era il turno infrasettimanale, mi ha messo dentro e mi aveva già rassicurato, molto bravo. Poi sono uno che non ha mai sentito le partite, tranne la prima che ero molto ansioso non so perché, poi son cambiato. E’ andata molto bene anche perché i miei compagni, quelli più vecchi mi hanno rassicurato. Mi han detto” Scendi in campo, sei forte, non a caso hai fatto una vita alla Juve”. Mi hanno messo nelle migliori condizioni, abbiamo fatto una bella partita, è stata una bella esperienza nel calcio dei grandi. Molto diverso da quello dei “piccoli”, anche perché io non ho fatto la Primavera. Dall’U17 sono andato direttamente in Serie D, un cambiamento proprio grosso. All’inizio è stato un po’ difficile, anche i primi giorni di spogliatoio. I ragazzi di trent’anni…»
Sul primo giorno nello spogliatoio dell’Asti
«Tra l’altro il primo giorno sono arrivato un po’ in ritardo (ride n.d.r), sono entrato due minuti in ritardo ed erano tutti nello spogliatoio. Lo spogliatoio dell’Asti è a ferro di cavallo, quindi tutti mi guardavano. E io a livello calcistico non avevo ansia, so le mie qualità ma a livello umano/sociale non sapevo proprio come relazionarmi con gente di trent’anni con cui devo condividere campo, spogliatoio, banalmente viaggi. Io non mi ero fatto nessuna idea, pensavo “Se io entro in spogliatoio e inizio a pensare è peggio”. Deve essere tutto naturale, sono entrato e avevo lo zainetto, ho posato la mia roba, mi sono presentato uno ad uno. Poi sul campo è tutto più facile, conoscere anche i ragazzi più grandi che sembra che ti facciano timore, che ti sgridino perché vogliono sgridarti ma invece vogliono darti dei consigli. Sono stato veramente fortunato per i ragazzi che ho incontrato ad Asti, comunque condividevo anche i viaggi da Asti a Torino in macchina che mi portavano. Questo ci ha dato la possibilità di conoscerci molto meglio anche fuori dal campo.»
Un anno all’Asti che si è chiuso benissimo: hai giocato più di 800 minuti e ti sei affermato come uno dei migliori giovani del campionato. Poi è arrivato il salto all’Alessandria, una società storica e gloriosa che punta alla promozione. Com’è stato questo passaggio e come hai vissuto il peso di una maglia così importante?
«Ti dico la verità, un po’ l’ho sentito. Entrando nello spogliatoio e vedendo la rosa, ti rendi conto che è una squadra davvero forte: chi sta in panchina è al livello dei titolari, e ti ritrovi a condividere lo spogliatoio con compagni che hanno fatto la Serie C o la Serie B e con un mister con tantissima esperienza. L’Alessandria ha una storia gloriosa e il peso della maglia c’è, ma io sono un ragazzo molto tranquillo, soprattutto in campo. Mentalmente avverto la responsabilità, ma me la vivo facendo quello che amo di più: giocare a calcio.»
Quali sono le tue ambizioni personali per questa stagione e quali quelle dell’Alessandria?
«Personalmente punto a dare sempre il 100% in allenamento, in campo e fuori. Il mio obiettivo è ritagliarmi il maggior minutaggio possibile e mettermi a disposizione della squadra, sfruttando al meglio le mie caratteristiche. Per quanto riguarda l’Alessandria, è stata allestita una squadra molto forte per puntare a vincere il campionato e raggiungere il miglior posizionamento possibile.»
Molti giovani seguono il percorso classico nei settori giovanili professionistici (Under 18, Primavera, Next Gen). Tu invece hai scelto presto il calcio dei “grandi” in Serie D. Cosa consiglieresti a un ragazzo nella tua posizione?
«Se non si trova spazio nelle categorie giovanili come l’Under 17 o l’Under 18, consiglio a tutti di buttarsi nel calcio dei grandi. È un’esperienza che ti forma subito, non solo dal punto di vista calcistico ma soprattutto umano. Ti confronti dentro e fuori dal campo con persone adulte, che spesso hanno due o tre figli e devono “portare il pane a casa”. Passare dalla Juventus alla Serie D in una squadra di provincia può sembrare un passo indietro, ma posso garantire che è un vero trampolino di lancio.»
Come è maturata la decisione di lasciare il settore giovanile e passare prima all’Asti e poi all’Alessandria?
«È una scelta fatta con i miei procuratori, Gabriele e Fabio, e con la mia famiglia. Quando ero sotto età – nel 2008 – mi hanno consigliato di fare questo salto. Mi dissero: “Non ci aspettiamo che tu le giochi tutte, ma se vai lì, ti fai valere e dimostri il tuo valore contro gli adulti pur essendo un classe 2008, ti si apriranno molte più porte rispetto al campionato Under 18”. E così è stato. Se tornassi indietro, lo rifarei ad occhi chiusi.»
L’esempio di giocatori come Kayode, passati dalla Serie D per poi fare il salto in Serie A, in Premier League e in Nazionale, quanto ti motiva?
«Molto. Sicuramente non è il primo, ma ci sono stati anche altri ragazzi cresciuti nei settori giovanili che, passando dalla Serie D, sono riusciti a rilanciarsi verso la Serie C o a tornare in club di primo piano. Vedere che molti di loro hanno costruito la propria carriera prendendo questa strada mi ha dato una grande spinta.»
Quanto è stato importante il ruolo della tua famiglia nelle decisioni più complesse della tua carriera?
«È stato fondamentale. Il primo vero confronto c’è stato quando a gennaio ho scelto di trasferirmi a Catanzaro, lasciando la Juventus dopo quasi dieci anni. Era una scelta da prendere in pochi giorni di mercato. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto dicendomi: “Se te la senti ed è la cosa giusta per te, noi ti appoggiamo”. Fino a 17 anni avevo sempre giocato a Torino vivendo a casa; fare le valigie e andare lontano per inseguire il mio sogno è stato il mio primo vero grande sacrificio.»
A gennaio 2026, durante una partita con l’Asti contro la Valenzana, hai avuto un malore in campo. Ci racconti cosa è successo?
«Erano gli ultimi di gennaio, tre giorni dopo il mio diciottesimo. Faceva molto freddo. Intorno al 20° minuto del primo tempo, su un ribattuta da calcio d’angolo, mi sono girato per rincorrere il pallone e al primo scatto ho sentito una fitta intercostale al centro del petto. Inizialmente pensavo fosse una sciocchezza, ma continuando a correre ho sentito le gambe pesanti, il fiato corto e la vista ha iniziato ad appannarsi finché non ho visto tutto nero. Mi sono accasciato a terra. Ho ripreso conoscenza fuori dal campo mentre mi stavano mettendo sulla barella.»
Com’è andata dopo il brutto spavento?
«Appena mi sono ripreso, per non far spaventare i miei genitori con una chiamata dai medici, ho preso il telefono nello spogliatoio e li ho chiamati io stesso. All’ospedale di Alessandria mi hanno diagnosticato un’aritmia benigna, una condizione che purtroppo molti atleti scoprono di avere. A fine agosto sono stato sottoposto a un piccolo intervento: non potendo bruciare del tutto il tessuto aritmico per via della mia giovane età, mi hanno applicato un piccolo dispositivo di monitoraggio sottocutaneo e ora seguo una terapia farmacologica per tenere sotto controllo i battiti. Dopo tutti gli accertamenti e lo stop, sono riuscito ad ottenere nuovamente l’idoneità agonistica.»
Chi è il tuo idolo calcistico e a chi ti ispiri nel tuo ruolo?
«Da piccolo, da buon juventino, il mio idolo è sempre stato Cristiano Ronaldo. Nel mio ruolo di terzino/esterno di sinistra guardo molto Alexander-Arnold, per la straordinaria qualità tecnica e per come batte i calci piazzati. Mi piace molto anche Theo Hernandez per la spinta fisica e la progressione che garantisce sulla fascia.»
Hai sempre fatto l’esterno di difesa o hai iniziato in altri ruoli?
«Come tutti i bambini, da piccolo volevo fare gol! Poi alla Juventus ti inquadrano in base alla struttura e alla tecnica: ho iniziato da difensore centrale, poi giocando a tre facevo il braccetto di sinistra. Passando alla difesa a quattro mi sono stabilizzato come terzino, mentre in Serie D, dove quasi tutti giocano con il 3-5-2 o 3-4-3, interpreto il ruolo di quinto di sinistra a tutta fascia.»
Come si svolge la giornata tipo di un calciatore di 18 anni tra campo e studio?
«Mi sveglio verso le 8:30 e seguo le lezioni scolastiche online da casa, dato che quest’anno ho la maturità. Verso le 12:30 prendo il treno da Torino per Alessandria; un compagno mi viene a prendere in stazione e per le 13:40 arriviamo al centro sportivo. Ci prepariamo con attivazione, fisioterapia e stretching, per poi iniziare l’allenamento alle 15:00. Finito il campo e la doccia, riprendo il treno e verso le 19:00/19:30 sono di nuovo a casa.»
Per chiudere: quanto conta la vita fuori dal campo per rendimento di un giovane calciatore?
«Secondo me il fuori campo fa più della metà del risultato. C’è chi ha routine diverse, ma per quanto mi riguarda, se so di avere una partita importante, devo andare a letto presto, mangiare in modo equilibrato e curare il recupero e lo stretching. Se vuoi inseguire un sogno e giocare ad alti livelli, devi fare qualche piccolo sacrificio da giovane: le uscite la sera passano in secondo piano rispetto alla preparazione e all’attenzione verso il tuo corpo.»
Chi ti ha colpito maggiormente come giocatore negli anni che hai vissuto alla Juve? Se ci puoi fare qualche nome… qualcuno che giocava con te, o che hai visto nel settore giovanile, magari non per forza nella tua categoria. Cioè, se c’è un giocatore che hai visto una volta e hai detto: “Cavolo, quello è veramente fortissimo”.
«Quando ero Under 16 è arrivato questo ragazzo, Barido, dal Boca Juniors. Avevamo 15-16 anni, è arrivato pagato tantissimo ed era veramente, a livello tecnico, uno dei ragazzi più forti che abbia mai visto.
E poi c’è Destiny Elimoghale. L’Under 17 l’ha fatta con noi, io l’ho fatta a metà… beh, metà anno l’ha fatta, tra l’altro Destiny quell’anno lì tornava da un infortunio, quindi la sua stagione è iniziata un po’ più avanti.»
Sì, praticamente è partito quando tu sei andato via a giocare.
«Esatto. Sì, perché si era fatto male alla spalla mi pare, mi ricordo. Comunque lui, essendo un 2009, era veramente fortissimo.
Nella mia annata invece mi è sempre piaciuto Marco Tiozzo, da quando è arrivato. Anche se ha fatto un po’ di fatica all’inizio della prima metà dell’Under 15, perché aveva 14 anni e ha cambiato regione subito venendo da Padova, quindi non è stato facile. Però poi è riuscito a mettersi in mostra.
Mi è sempre piaciuto anche Corigliano, che giocava con noi quando eravamo più piccoli, quando non c’erano ancora i 2009: è venuto a fare con noi molti tornei ed è sempre stato veramente forte. Poi, tra quelli contro cui ho giocato… fortissimo Ibrahim Mbaye! »
Ti ricordi quella partita oppure no?
«No, sì, me la ricordo! [ride n.d.r] Se la ricorda bene. Me la ricordo bene.Tra gli italiani, invece, ho giocato contro Inacio un paio di volte, che già da piccolino giocava all’Atalanta in quel caso. Sì, anche se lui giocava a sinistra, quindi non l’ho mai marcato direttamente, però insomma… Camarda era già molto, molto forte.»
Cosa ti lascia l’esperienza decennale alla Juventus? Cosa ti porti dietro oltre all’aspetto sportivo? La Juve ti forma anche un po’ come uomo?
«La Juventus è una società pazzesca. Cioè, da quando hai 10 anni c’hai il mister, il secondo mister, il mister dei difensori, il mister della tecnica, il mister dei centrocampisti… non te lo devo neanche dire a livello tecnico, ma a livello umano sicuramente sì.
Già da quando sei piccolo hai dei dietologi che ti dicono cosa mangiare, cosa non mangiare, come comportarti fuori dal campo. Quindi tu inizi a farti una tua routine sulla base di quello che ti dicono professionisti già esperti: mangiare questa quantità di proteine, non mangiarla, oppure assumere i carboidrati banalmente. Già da piccolissimo, beh, magari in Under 13 o Under 14, quando hai 12-13-14 anni. Poi facevamo sempre un corso di formazione una volta ogni 2-3 mesi, dove ci spiegavano il regolamento in campo, come comportarsi, come reagire e come non reagire, guidati anche dal team degli psicologi. Penso che a livello umano diventi un professionista a 360 gradi già da quando hai 10 anni.
Prima viene risolto quello che c’è fuori dal campo, perché non è facile allenarsi o giocare con il peso di una situazione irrisolta nella vita privata. Quindi secondo me prima si forma quello che sei tu come uomo, e poi si lavora sotto il punto di vista tecnico e fisico.
Alla Juventus veramente hai mille opportunità, ti puoi confrontare con fisioterapisti, riabilitatori, preparatori atletici. Penso che prima vengano risolte tutte quelle questioni che ti pesano fuori dal campo, dove la Juve appunto ti mette a disposizione psicologi e centri di formazione. Sei veramente tutelato a 360 gradi, non puoi sgarrare praticamente.»
Sta facendo e ha fatto un po’ parlare la scelta di questo nuovo corso in Nazionale di Mancini, che è rientrato… Si dice sempre, si parla sempre, forse anche troppo, del tema dei giovani: giovani che in Italia giocano poco e non trovano mai spazio. Ti volevo chiedere in primis quale può essere secondo te la via d’uscita, se pensi di averne una, una soluzione per tornare a competere a livelli importanti come Nazionale e come calcio italiano. Perché comunque sono tanti anni che, a parte i risultati recenti dell’Inter che ha raggiunto due finali di Champions League, non si vince tantissimo. In Italia c’è sempre questa logica un po’ attendista di dire: “Aspettiamo il ragazzo”, c’è forse troppa protezione, no?
«Ma perché secondo me i mister in generale non hanno il coraggio di mettere i giovani in campo. Perché se andiamo a guardare l’esempio di Lamine Yamal, che l’hanno fatto esordire a 15 anni, una cosa così in Italia secondo me non esiste. Nessun mister si prende la responsabilità di far giocare un ragazzo — non per forza di 15 anni, ma anche di 16 o 18. Nessun allenatore si prende questa responsabilità o ha il coraggio di fare questa scelta, perché in Italia c’è sempre il discorso del “bisogna fare punti, bisogna vincere”. Che è così, per carità, però secondo me — ed è un discorso difficilissimo — bisognerebbe avere più coraggio e dare più fiducia ai giovani. Cioè, se uno è bravo a 16 anni, perché non provare a buttarlo dentro? Ma anche nei settori giovanili, perfino alla Juve stessa: in certi ruoli come la difesa o l’attacco (proprio ruoli di prima punta, difensore centrale o braccetto) hanno sempre prediletto ragazzi fisicamente strutturati. Anche se magari c’era qualcun altro un po’ più basso o mingherlino che però tecnicamente era molto più valido. Secondo me è una cosa molto, molto italiana. Se vediamo per esempio la Spagna — prendo la Spagna perché ora è un caso clamoroso — c’è Cubarsí, un 2007 che gioca al Barcellona in prima squadra. Titolarissimo! Ha vinto il premio come miglior giocatore al Mondiale come difensore centrale a 19 anni… ed è un 2007. Cioè, non è un caso, capito? Guarda Yamal, guarda Gavi, Pedri… ma non adesso, già nel 2020-21 quando sono esorditi e hanno vinto il Golden Boy prima uno e poi l’altro. Non hanno paura, soprattutto al Barcellona ma anche nelle altre squadre, non hanno paura di far giocare i giovani perché sanno che sono il loro futuro.Se io sono un direttore sportivo e so che il mio settore giovanile è il mio futuro, ma non faccio già allenare i miei ragazzi in prima squadra… Il progetto che hanno avuto su Camarda, ad esempio, all’inizio era anche un buon progetto: quando aveva 16-17 anni è sempre stato nel giro della prima squadra, poi ha esordito e da lì tutti “Camarda, Camarda!”. Poi ai primi errori a San Siro… subito “Camarda non è valido, Camarda non è più forte”. Poi secondo me hanno sbagliato anche a darlo in prestito in una piazza come Lecce. Quel progetto iniziale si è andato non a rovinare, ma a sciogliere, perché lui era sempre in mezzo: non poteva sbagliare un passaggio che il giorno dopo per la gente non era più forte da un giorno all’altro.In questi ultimi anni ci si aspetta qualcosa di più dalla Nazionale. Appena uno ha la personalità come Mancini di portare un giovane come Romano (un 2006) e farlo giocare, al minimo errore la gente in Italia si aspetta che Romano giochi come De Bruyne! Bisogna dare fiducia. Poi si sbaglia anche andandosi a prendere i ragazzi con la doppia nazionalità: secondo me si deve dare la priorità agli italiani.»
I famosi oriundi, dai.
«Sì, io non ne vado troppo pazzo. Non ci credo che non ci sia un attaccante puramente italiano che ha fatto la gavetta nei settori giovanili, si è sporcato le mani, ha fatto sacrifici e che non possa giocare per la Nazionale italiana. Secondo me ne è pieno! L’Italia di vent’anni fa era una delle top tre nazioni più forti al mondo: non è che ora magicamente non ci sono più i talenti. I talenti ci sono! È cambiata la mentalità delle persone ed è evoluta all’estero, mentre noi siamo rimasti a vent’anni fa. Per il calcio di allora quel tipo di progetto andava bene, ma il calcio si evolve ogni giorno e bisogna stare al passo. Quindi non stravedo per la scelta di guardare sempre fuori: siamo la Nazionale italiana, guardiamo in casa nostra. Ci sarà un ragazzo che ha fatto la gavetta nel settore giovanile e si è sporcato le mani che può giocare come attaccante per la Nazionale.»
Ti volevo chiedere a questo punto, facendo un altro salto: qual è un po’ la tua ambizione guardando da qui a cinque anni, o anche dieci? Insomma, dove ti vedi?
«Se dovessi dirlo… io spero di vedermi il più in alto possibile. Poi come andrà, te lo ripeto, non lo so, però io lavoro ogni giorno per quello che è il mio sogno. Sarebbe scontato dirti in Serie A, in Champions League… ovviamente, chi non vorrebbe? Però guardando anche a quando sei ragazzino, pensi che il livello della Serie C sia un po’ basso, fin quando poi non ti relazioni con gente che ha fatto tutta la Serie C e dici: “Mh, la Serie C comunque è difficile, arrivarci non è facile”. Quindi io spero di arrivare al livello più in alto possibile. Poi non lo so.»
Un sogno nel cassetto, se vuoi dircelo? Che sogno ha Alessandro?
«La Nazionale. La Nazionale, sì, sì. Rappresentare la Nazionale.»
Ok. E a livello di club?
«Da juventino… il mio sogno è sempre stato quello di esordire in Serie A con la maglia della Juve. Poi, anche se non fosse con la Juve, l’importante è la Serie A! [risate] Eh, è chiaro, sarebbe comunque un sogno. Però se è con la maglia della Juve è ancora meglio.»
Qual è il giocatore della Juve di adesso che ti piace di più, che osservi con più attenzione, magari anche nell’ottica del tuo ruolo?
«Cambiaso, ti direi. Per il ruolo… anche se non lo devo dire io, ma ha avuto un po’ un calo, secondo me, e ora si sta riprendendo per la sua utilità. Cioè, lui è un terzino sinistro, ma gioca in mezzo al campo, rientra anche col destro, comunque è un ottimo giocatore sotto tutti i punti di vista. Io, da quando è arrivato — anche perché lui ha avuto un percorso simile al mio, cioè ha fatto il Genoa, poi è andato in Serie D, ha fatto il Savona mi sembra, ha fatto la C, ha giocato anche ad Alessandria…»
Sempre su Cambiaso e l’esperienza comune all’Alessandria
«Sì, sì, ha giocato anche ad Alessandria in Serie B mi pare, o in Serie C, non mi ricordo (comunque la controlleremo dopo!). Anche lui è passato dall’Alessandria. Comunque, da quando è arrivato mi è sempre piaciuto. Poi nella Juve del passato mi piaceva tantissimo Tevez, quando ero piccolino. Tevez… Sempre la differenza! Anche perché, come abbiamo detto prima, essendo alto penso 1,70 m, o forse anche di meno, faceva sempre la differenza, sempre, sempre.»
Si ringrazia ancora Alessandro Bonora e la sua agenzia per la gentile concessione dell’intervista