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Paratici ritorna sulla Juve: «Agnelli un visionario. Pogba e Vidal li abbiamo scovati attraverso un sistema di scouting»

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Paratici in una lunga intervista ha analizzato diversi temi e si è soffermato anche sull’esperienza sulla Juve e su come ha piazzato alcuni colpi

Direttamente dal palco di Solomeo durante il “Global Launch of the 100’s” dell’European Golden Boy è ritornato sull’esperienza Juventus.

POGBA E VIDAL – «C’è un sistema e un metodo di selezione, ogni club ha un sistema di scouting che fa selezione. Poi sono stato molto attento, ho studiato i dati, ho dovuto seguire un po’ questo modello in Inghilterra. Aiutano, ma resta il fatto che non ci sarà mai nessun algoritmo o dato che possa raccontare la personalità, il coraggio, la personalità… Giocare davanti a 5000 persone o 100 mila è diverso, questo i dati non te lo dicono. Resta l’istinto e la sensibilità della persona che sceglie. Non tutti i calciatori vanno bene per la stessa squadra. La riunione tipica ai tempi di quella Juventus durava tutto il giorno, il problema è che i litigi che si creavano venivano smaltiti in diversi mesi. C’erano persone di grande personalità che esprimevano le proprie idee in modo risoluto, le discussioni c’erano. Aver avuto persone di diversi paesi, di diverse culture, ci ha migliorato molto come persone e come club. Abbiamo cambiato anche la metodologia di lavoro del settore giovanile. Ricordo una riunione in cui dovevamo fare un elenco di giocatori alla Vidal o Pogba: io misi Lampard e Gerrard, gli spagnoli mi dissero Cazorla… Per dire che ci hanno aperto la testa, il calcio non è solo uno e devi essere aperto per capire».

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JUVENTUS – «Per noi la Juventus è stata una grande scuola, con Andrea Agnelli che era un visionario da ogni punto di vista. E lo stesso Marotta che è stato un grande insegnante per tutti. Così abbiamo potuto rubargli il mestiere, tutto il gruppo aveva voglia di imparare e migliorare».

FERNANDO TORRES – «Quelli che fanno calcio a un certo livello lo sanno, lo vedono. Si capisce se c’è ancora il fuoco dentro o se è sazio. Io dico sempre che un giocatore si sente, non si vede. Quello che te lo fa percepire è la cosa importante, così come il conoscerlo. Preferisco andarci a cena una volte e magari guardare 3 partite in meno, perché capisci il background, il modo di pensare. Ogni dettaglio è importante per darti il là nell’ultima spinta dell’investimento. Quando incontrai Tevez, dopo 5 minuti ero convinto. Le sensazioni erano chiare. Percepivi la voglia, era un campione in tutto e te lo faceva percepire».

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