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Spalletti difende il suo gruppo tra battute e scelte concrete: da Lecce a Lecce, conferenze a confronto. Così è cambiata la sua comunicazione

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Spalletti Juventus, il condottiero abbandona la filosofia estetica per la cruda necessità del risultato trasformando il dolore in forza vitale

C’è un filo sottile, teso come una corda di violino, che unisce le due vigilie di Luciano Spalletti contro il Lecce. Da una parte, il 2 gennaio 2025: il tecnico arrivava a Torino col piglio del filosofo d’avanguardia, pronto a seminare curiosità in un terreno ancora da arare. Dall’altra, oggi: lo Spalletti del rush finale, quello che ha sostituito i “piccoli premi” quotidiani con la cruda necessità di “aprire le porte” rimaste. 

Il gennaio dell’immaginazione: lo “squilibrio nazionale” 

All’inizio dell’anno, Spalletti parlava come un esteta del disordine. La sua Juventus doveva essere un “caos organizzato”, un laboratorio dove i calciatori erano “scienziati” chiamati a scavare nelle relazioni tra i ruoli. C’era la leggerezza di chi cercava lo “shock momentaneo” per ribaltare la monotonia. In quel momento, Spalletti annusava il futuro, chiedeva ai suoi di non sentirsi ingabbiati e scherzava persino con l’ombra di Conte, vantando una superiorità strutturale simboleggiata dalle “barriere mobili per le punizioni”. Era una Juve che voleva essere “bellissima”, quasi per diritto divino. 

Il maggio della responsabilità: la forza del dolore 

Oggi, il tono è cambiato. La ricerca della bellezza ha lasciato il posto alla percezione del pericolo. Spalletti non parla più di “annusare cose nuove”, ma di “consumare il pallone”. La parola chiave non è più immaginazione, ma sofferenza. 

«Questa squadra ha un dolore», dice oggi Luciano, con la profondità di chi ha visto le facce dei suoi ragazzi dopo i punti persi col Verona. È uno Spalletti più scarnificato, che non cerca più lo squilibrio poetico ma la “cattiveria mentale“. Se a gennaio la panchina era uno strumento per “spaccare la logica”, oggi è il luogo dove si suddividono le responsabilità per non affogare sotto la pressione. 

Il caso Openda 

A gennaio le alternative erano “piene e larghe”. Si poteva sperimentare, aspettare i miglioramenti di David e Openda. Oggi, Spalletti ammette il titolare sarà Vlahovic e semmai su Openda ammette di avergli dato troppo poco spazio, ringraziando l’attaccante per la disponibilità offerta 

Il pullman a due piani e il futuro 

Resta, però, l’ironia tagliente. Se a gennaio rideva dell’ufficialità di Ottolini, oggi risponde alle critiche sul mercato chiedendo “un preventivo per un pullman a due piani” per contenere tutti i nomi accostati dai media. Ma dietro la battuta c’è la difesa del gruppo: molti resteranno, ma solo se capiranno che “la vittoria ama la preparazione”. 

Spalletti è passato dal voler essere “efficace ed efficiente” al dover essere “autocritico”. Dalla Juve che scopriva se stessa alla Juve che deve “direzionare il vento”. Domani a Lecce non vedremo il filosofo del 2 gennaio, ma il condottiero che ha imparato che dal dolore emerge una forza che prima non si possedeva.

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