Sturaro si racconta: «Con Allegri sentivo la fiducia perché mi trattava come Pirlo o Vidal. Conte? Mi fece giocare col ginocchio rotto»
Hanno Detto

Sturaro si racconta: «Con Allegri sentivo la fiducia perché mi trattava come Pirlo o Vidal. Conte? Mi fece giocare col ginocchio rotto»

Sturaro si racconta in un’intervista: «Allegri mi trattava come Pirlo o Vidal. Conte? Mi fece giocare col ginocchio rotto». Così l’ex juventino

Una carriera segnata da pesanti infortuni ma vissuta sempre a testa alta con la forza della tenacia: Stefano Sturaro ripercorre le tappe del suo viaggio calcistico, dai primi passi a Sanremo fino alle parentesi con Genoa, Modena, Juventus e Nazionale. Ospite al Podcast dei Campioni, l’ex centrocampista rivendica con orgoglio lo spirito che lo ha spinto oltre ogni ostacolo: «Se non avessi avuto questo carattere e questa voglia non avrei fatto questo tipo di carriera».

Il passaggio in bianconero nel gennaio 2015 ha rappresentato lo spartiacque della sua vita professionale. Un trasferimento maturato rapidamente, tra timori iniziali e la consapevolezza di trovarsi di fronte a una svolta irripetibile: «Da gennaio invece da Torino chiamarono perché serviva in quella posizione un giocatore e decisero di farmi andare, io all’epoca ero un po’ titubante però alla fine sono stato obbligato ad andare. Non è stato un peso andare poi c’è stata una storia incredibile, dei momenti unici e della situazioni che nemmeno nei sogni un bambino può immaginare. Ambientamento alla Juve? È stato semplice perché al di là dei nomi poi gli spogliatoi sono tutti uguali. Cambiano un po’ gli interessi, l’importanza dei vari singoli ma quando siamo dentro siamo tutti uguali. Io ero il giovane, entro in uno spogliatoio importante ma con degli uomini incredibili e quindi l’accoglienza è stata semplice. Andare lì e fare il gregario di Pirlo, Vidal, Pogba e Marchisio era un sogno».

Sotto la gestione di Massimiliano Allegri, Sturaro ha trovato uno spazio prezioso grazie a una gestione del gruppo basata sulla pari dignità e sul carisma: «Titolare contro il Real Madrid? Il mister (Allegri ndr) che ho vissuto io dava importanza a tutti. Trattava tutti allo stesso modo sapendo che lo Sturaro di turno non fosse Pirlo, però lui dava importanza a tutti. Se faceva riposare un Vidal o un Pogba per Pereyra o me per lui erano importanti uguali e quindi la macchina funzionava bene. Un allenatore con grandissimo carisma, grandi intuizioni e non si faceva problemi a buttare nella mischia, anche in un momento importante, un ragazzo perché si fidava e tutti dimostravano di poterci stare. La fiducia nel calcio è fondamentale questo lo sentivamo e i risultati erano sempre buoni».

Il rendimento in bianconero gli ha poi spalancato le porte della Nazionale azzurra, con la chiamata a sorpresa di Antonio Conte prima di Euro 2016: «Il mio primo anno di Juve vado a fare l’Europeo U21. L’anno dopo, a fine stagione tra l’altro dopo aver iniziato bene ma con un finale non proprio positivo perché non stavo benissimo, mi suona il telefono ed era mister Conte. Mi chiede come sto e mi dice che voleva convocarmi con l’Italia. Rimango un po’ stranito, non me lo aspettavo. Mi ha chiesto: ‘Te la senti?’. Mi attacca così e gli ho risposto di sì. Io sono così la sfida mi piace, il dover competere mi piace e voler dimostrare qualcosa in più di quel potevo essere mi piace, quindi mi dice che mi sarebbe arrivata la convocazione. Partiamo, vado a Coverciano, e si è subito creato un bel feeling con lui. Cercava un gruppo molto operaio con qualche giocatore con più qualità, ma avevamo tutti una grandissima mentalità nel lavoro. I meriti della costruzione di quella squadra sono tutti del mister. Non è stato un caso quel tipo di gruppo. Poteva chiamare ragazzi più forti e in forma di me, ma lui è andato su determinati profili. Facciamo due o tre settimane sparati a Coverciano di preparazione, dove ci massacra però tiriamo fuori un gruppo che va forte, mentalizzato e che giocava con orgoglio, preparato e conoscendo tutti i dettagli dell’avversario. Alla fine i risultati sono stati positivi poi per episodi, i calci di rigore, non è data come speravamo».

Dietro quel percorso straordinario in Francia c’era una mole di lavoro martellante curata in ogni dettaglio dal CT: «Non esagero ma la giornata tipo della preparazione a Coverciano era questa: mattina video, poi palestra e campo, mangiavamo. Poi ancora campo al pomeriggio con più parte tecnica e prima di cena ancora video. Per tutte queste settimane era così. Anche quando siamo andati in Francia, che poi è iniziato l’Europeo, durante la rifinitura facevamo la sgambata e poi magari stavamo tre ore a fare le rimesse laterali, calci d’angoli… In un mese abbiamo fatto una quantità di lavoro che solitamente una squadra fa in sei mesi. Poi comunque questo in campo si vedeva, sembravamo quasi un club per come giocavano insieme».

Proprio durante il quarto di finale contro la Germania, Sturaro è andato incontro a uno dei momenti più drammatici ed epici della sua carriera, giocando stoicamente in condizioni fisiche estreme pur di non abbandonare i compagni: «Lì avevo fatto un bel secondo-terzo grado di collaterale dopo tre minuti di partita con la Germania ai quarti. Me ne sono subito reso conto perché quando correvo e curvavo sentivo il ginocchio aprirsi. Appena c’è stata una situazione vicino alla panchina lo ho detto al dottore. Sono arrivato a fine primo tempo, poi mi controllano e pensavano fosse un crociato da come era instabile. Alla fine si focalizzano sul collaterale. Arriva Conte e chiede come sto, il dottore gli spiega la situazione, lui mi gurda e mi fa: ‘Tu non esci’ e dice ai medici di prepararmi con infiltrazione e bendaggio per tornare in campo. Praticamente rientro in campo tutto fasciato, non sentivo più il ginocchio ma vado avanti. Finisco tutta la partita, poi supplementari e ancora infiltrazioni. Ho giocato con crampi continui a flessore e polpaccio ma sono andato sopra, un po’ per mie caratteristiche e un po’ perché volevo essere riconoscente al mister e alla causa. Purtroppo però il danno viene ingrandito, quindi lesioni tendinee, zampa d’oca e poi nel giro di due o tre mesi sono andato a posto. Ho saltato la preparazione estiva di fatto per la stagione successiva».

Quel sacrificarsi oltre il limite ha lasciato scorie profonde negli anni a venire, complicando il finale dell’avventura torinese e condizionando il successivo trasferimento allo Sporting Lisbona: «In un momento di grande sforzo vado fuori giri. I tendini accusano quando gli chiedi un po’ troppo e io in quel momento fisicamente magari non stavo benissimo, periodo intenso, vado in sofferenza e parte una infiammazione, una sorta di tendinopatia, vado sopra ancora dei mesi fino a quando il problema non diventa cronico. Quando il problema diventa da dover gestire è troppo tardi, almeno nel mio caso è stato così. Ero al punto di non ritorno. Si andava verso la fine della stagione dove, per un certo punto di vista, volevo andare per la mia strada. Io non ho mai preteso di essere un titolare della Juve come da nessun’altra parte però sentivo che fosse arrivato il momento di provare qualche altra esperienza. Avevo delle richieste importanti come la Premier League però stavo prendendo tempo perché non stavo bene, piano piano le cose saltavano. C’è stato un momento dove potevo andare alla Fiorentina ma la società prendeva tempo perché non si capiva il problema. Io comunque mi ero già messo in testa di andare via, la società parla con lo Sporting, vado a fare una visita e non hanno trovato niente di che e accetta di prendermi e fanno un accordo di questo tipo: il periodo che io stavo fuori la Juve rimborsava parte dello stipendio. Poi, siccome ero in una fase di non ritorno con il problema al tendine, continuavo a peggiorare e fare visite su visite fino al punto che decidono di farmi operare. Io ero tesserato per lo Sporting, in prestito dalla Juve, mi curo comunque tramite la Juve e non vado mai là e poi finisce il prestito arrivato alla finestra di mercato estiva».

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