
«Atteggiamento curva Juve? Ignoranza senza fine, abbiamo toccato un punto di non ritorno»: così Tardelli dopo il caso Mazzola
Marco Tardelli, ex campione di Juventus e Nazionale, ha parlato a La Gazzetta dello Sport di quanto accaduto sabato allo Stadium in occasione del minuto di silenzio per Sandro Mazzola.
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PRIMO PENSIERO – «Faccio fatica ad accettare ciò che è accaduto… abbiamo toccato uno dei punti più bassi mai toccati».
PUNTO DI NON RITORNO – «Difficile dare una spiegazione ai fatti di domenica. O, meglio, l’unica mi porta a dire che all’ignoranza non c’è mai fine: la voglia di conoscere o la curiosità non trovano più posto».
RISPETTO DA INSEGNARE – «Il rispetto va insegnato, nel calcio è compito dei settori giovanili, delle società dove i più piccoli cominciano a toccare il pallone: non tutti vanno avanti, ma tutti rimangono tifosi delle proprie squadre e molti saranno gli spettatori di domani allo stadio. Nel nostro mondo serve parlare anche di storia, del passato, dell’esempio di uomini come Mazzola. Altrimenti non c’è futuro se non diamo peso e valore a ciò che è stato vissuto».
COSA DEVE FARE LA JUVE – «Che può fare la Juventus? Chi deve decidere gli strumenti li ha già… e, poi, il resto dello stadio, la stragrande maggioranza dei presenti si è immediatamente dissociata da chi ha voluto macchiare il minuto di silenzio».
PUNIRE I COLPEVOLI? – «Punire chi non sa cosa significhi essere sportivi… mi verrebbe da dire che la prima mossa dovrebbe essere di chi sta accanto a questi individui, chiamiamoli così: ribellarsi se ti chiedono di fare qualcosa, un gesto, un coro, ma capisco che, alla fine, può prevalere la legge del più forte».
INNEGGIATO A SCIREA – «Già Gaetano, un ragazzo, un uomo, un professionista che ha fatto del rispetto di cui parlavamo prima una delle ragioni di vita. Ma come si fa? Ma cosa passa nella testa di questa gente? Lascino stare in pace il nome di Scirea, non pronunciamolo in situazioni del genere».
MAZZOLA – «Un giocatore non comune, se lo ricordano tutti. E oltre al giocatore c’era una grande umanità: in campo non si lamentava mai, prendeva calci e si rialzava… ci siamo anche incontrati sul terreno di gioco. Fuori ho avuto modo di conoscerlo come dirigente preparato e presente».
RIVALITA’ – «La rivalità, sana e pulita, è parte integrante del pallone: sarebbe un peccato perderla. Il resto è un’altra storia, annebbia le idee, condiziona i giudizi… va così da un bel po’».