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Juve Galatasaray, Spalletti c’è un problema: in Europa mancano i grandi approcci

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Juve Galatasaray, Spalletti c’è un problema: in Europa mancano i grandi approcci. Statisticamente in Champions non partiamo col piede giusto

Quando si finisce con l’acqua alla gola, costretti a rimontare un mortificante 5-2 patito a Istanbul contro il Galatasaray, c’è una perenne tentazione nel calcio: appellarsi alla mistica della “partenza a razzo”. Che ha, ovviamente, una sua ragione d’essere tattica ed emotiva, altrimenti non si spiegherebbe la narrazione epica che ammanta ogni grande rimonta europea della storia. Perciò, tutto vero: stasera all’Allianz Stadium servirà l’occhio della tigre, il fuoco negli scarpini, l’aggressione alta e quel gol immediato capace di trasformare le certezze dei turchi in burro fuso sotto il sole del Bosforo. Lo ha detto anche Spalletti alla vigilia: con un gol, trutto cambia ed è senz’altro vero che ci sarebbe la necessità vitale di sbloccare il risultato nel primo quarto d’ora per infiammare lo stadio e indirizzare l’inerzia emotiva (poi se arriva al 16’, sia ben chiaro, non stiamo a lamentarci).

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Tutto giusto (o forse no, non proprio tutto), ma c’è un problema grande come una casa. E per inquadrarlo basta riavvolgere il nastro della stagione europea della Juventus targata prima Igor Tudor e poi Luciano Spalletti e analizzare chirurgicamente i primi 15 minuti delle gare continentali. Ebbene, qui si arriva al punto nodale, che rischia di far tremare i polsi a chi invoca la partenza fulminante: per questa Juventus, approcciare una gara azzannando l’avversario sarebbe un’anomalia statistica quasi assoluta.

Leggeteli così, i referti dei primi quarti d’ora stagionali. È un bollettino di buone intenzioni regolarmente disattese, di approcci timidi mascherati da gestione del possesso, di fiammate estemporanee (spesso targate Kenan Yildiz) che raramente si traducono in un dominio reale e, meno che mai, in gol pesanti. Prendiamo la sfida folle contro il Borussia Dortmund (4-4): il copione iniziale recita una Juve che cerca di costruire da dietro ma lentamente, con Thuram bravo nel tiro da fuori pericoloso e McKennie a tappare i buchi. Contro il Real Madrid al Bernabeu (1-0), l’approccio è lodevole, la squadra è molto concentrata e aggressiva, nascono occasioni per Vlahovic e un tiro da fuori di Gatti che poteva vedere la Signora andare in vantaggio. Ma non è questa gara, l’ultima di Tudor in Europa e la penultima alla guida della squadra, che può dare molte indicazioni perché la Juve agisce per lo più di rimessa, un contesto impossibile da vedersi stasera.

Con lo Sporting (1-1) c’è pressing iniziale, sì, ma al minuto 11 sono i portoghesi a passare in vantaggio. A Bodo la Juve inizia pattinando un po’, sempre costretta a rispondere alle iniziative dei futuri carnefici dell’Inter. E l’elenco potrebbe continuare con il Pafos o il Benfica, dove le buone intenzioni si scontrano con la cronica fatica a concretizzare l’urto iniziale in un vero assedio all’arma bianca, sebbene in entrambi i casi si chiuda l’incontro con un 2-0 a proprio favore. Persino nell’inferno di Istanbul, nella gara d’andata, i bianconeri avevano iniziato aggredendo alti”, ma si sono ritrovati subito slegati e fallosi, subendo poi l’1-0 di Sara prima dell’illusorio e immediato pari di Koopmeiners (l’unico vero lampo nei primi 15 minuti di tutta la campagna europea).

Stasera non c’è tempo per studiare l’avversario. La sabbia nella clessidra va giù sempre uguale, ma sembrerà più veloce, inevitabilmente. Uscire dalla Champions sarebbe amaro, certo, ma senza averci provato fin dal primo secondo è ben peggio, è qualcosa che ti brucia l’anima. Forse è bene che i giocatori non pensino neanche a questa mostruosità statistica dei loro primi tempi apatici, che paralizza i muscoli e annebbia il cervello. C’è il rischio di affollare la mente di brutti pensieri, di considerarli insormontabili. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, stasera la Juventus dovrà fare qualcosa che in Europa, quest’anno, non le è praticamente mai riuscito: svegliarsi prima che suoni la sveglia dell’avversario.

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