Balzarini: «Caso Mazzola? Juve squadra più odiata in Italia, viene tutto amplificato. Ecco cosa penso del ritorno di Neto e della permanenza di Nico Gonzalez» ESCLUSIVA VIDEO
Hanno Detto

Balzarini: «Caso Mazzola? Juve squadra più odiata in Italia, viene tutto amplificato. Ecco cosa penso del ritorno di Neto e della permanenza di Nico Gonzalez» ESCLUSIVA VIDEO

Il giornalista di Sport Mediaset Gianni Balzarini ha analizzato in esclusiva diversi temi di casa Juventus: dal ritorno del portiere brasiliano al lavoro del nuovo tecnico, passando per mercato, giovani e Nazionale

Intervista esclusiva realizzata da Juventusnews24 a Gianni Balzarini, giornalista di Sport Mediaset, per analizzare il momento della Juventus e i principali temi d’attualità in casa bianconera.

Dal ritorno di Neto come secondo portiere dopo l’infortunio di Grabara alla gestione di Luciano Spalletti, passando per la crescita di Nico Gonzalez, il futuro di Yildiz, il mercato estivo e il percorso della nuova Italia di Roberto Mancini. Balzarini ha inoltre raccontato il suo rapporto con il mondo Juventus e i personaggi sportivi che avrebbe voluto conoscere professionalmente.

Neto torna alla Juventus dopo diversi anni. È una scelta corretta secondo te? Cosa può portare nello spogliatoio bianconero?

«La scelta è corretta perché l’assenza di Grabara aveva fatto scalare in avanti Pinsoglio ma soprattutto Radu, portiere della Next Gen, che si sarebbe trovata senza il suo titolare. Secondo me sono stati fatti anche dei discorsi in questo senso. Radu ha bisogno di giocare, essendo un giovane, e la Next Gen aveva bisogno di lui, quindi ci sarebbe stato un effetto domino probabilmente infinito. È stato giusto così.

«Neto porta esperienza, data la sua età, porta una certa garanzia perché comunque è un buonissimo portiere. Porta anche il fatto di essere già stato alla Juventus in due annate, nelle quali è stato abbastanza impiegato. La trovo una scelta corretta e logica».

Con Neto, Rugani e Pinsoglio si può ricreare quello zoccolo duro che negli anni vincenti ha caratterizzato la Juventus?

«Dovrebbe essere così, non so se sia sufficiente la presenza di Neto, così come quella di Rugani e Pinsoglio. Pinsoglio ha sempre svolto un po’ la figura dell’influencer all’interno dello spogliatoio, del mental coach, e per lui va benissimo. Non so quanto possano avere questo ruolo Rugani, che credo sia abbastanza scontento, ma questo è stato il suo destino alla Juventus.

«Non so quanto possa diventarlo Neto perché resterà fino a giugno 2027. Questo è un discorso più generale: c’è bisogno di gente così. Non è facile trovarla, però nella Juventus forse c’è già un Nico Gonzalez che può recitare questo tipo di ruolo. Non avendo un grande passato juventino alle spalle, però, bisogna costruire questo tipo di appartenenza».

Nico Gonzalez è una delle sorprese di questo avvio di stagione. Ti aspettavi una risposta simile dopo le voci di mercato estive?

«Forse nessuno si aspettava nemmeno che Nico Gonzalez rimanesse alla Juventus. Doveva essere uno dei giocatori con cui fare cassa, anche perché l’Atletico non avrebbe esercitato l’obbligo di riscatto non essendosi verificate determinate condizioni. Si parlava comunque di una trattativa aperta a cifre inferiori, ma si dava quasi per scontato che non sarebbe tornato alla Juventus.

«Può anche non aver sorpreso più di tanto perché sappiamo com’è caratterialmente. Non ho un aneddoto preciso relativo alla sua possibile partenza, ma ci sono state dichiarazioni di Spalletti che disse alla società di aspettare eventualmente a cederlo. Voleva valutare il giocatore da vicino».

Quindi Spalletti ha avuto un ruolo importante nella conferma di Nico Gonzalez?

«Sicuramente. Dopo nemmeno una settimana di allenamenti con Nico Gonzalez si era convinto del fatto che potesse tornare molto utile. C’è sicuramente anche la mano di Spalletti, soprattutto per le sue doti caratteriali, perché era evidente che servivano giocatori bravi tecnicamente ma anche forti mentalmente.

«È stata una combinazione di fattori che ha portato alla conferma del giocatore. Naturalmente la speranza è che sia integro fisicamente, perché nella prima annata alla Juventus ha avuto dei problemi e anche l’anno scorso con l’Atletico Madrid ha avuto qualche difficoltà. Però può essere definito potenzialmente un ottimo uomo spogliatoio».

Le critiche ricevute da Spalletti dopo la sconfitta contro il Sassuolo sono state eccessive?

«È chiaro che ci si sia focalizzati sugli ultimi cinque minuti perché sono quelli che hanno colpito maggiormente. La Juventus ha riagguantato il risultato due volte nei minuti di recupero e poi si è fatta beffare. Quando Spalletti dice che è stato lui a chiedere alla squadra di andare avanti e cercare di vincere la partita, bisogna considerare che qualunque allenatore avrebbe fatto la stessa cosa in quel momento.

«Non credo abbia detto alla squadra di muoversi in maniera scriteriata. La vera critica secondo me riguarda il primo tempo, nel quale la Juventus avrebbe dovuto provare a vincere o mettere al sicuro la partita. Lì sì si può criticare l’atteggiamento».

La rosa della Juventus è stata costruita seguendo tutte le indicazioni di Spalletti?

«Spalletti cercava chiaramente il centravanti. Mi ricordo che aveva parlato di Kolo Muani, un giocatore che piaceva, ma la battaglia che ha fatto per trattenere Vlahovic è abbastanza eloquente. Voleva un tipo di centravanti da affiancare eventualmente a Kolo Muani, con caratteristiche diverse rispetto a quelle di David.

«Se mi chiedi se sono state seguite esattamente le indicazioni di Spalletti, ti dico di no. Però è arrivato Woltemade e su di lui Spalletti lavorerà per ottenere quello che ha detto: deve diventare quello che ci fa innamorare a suon di gol».

Quale infortunio sta pesando maggiormente nell’economia del gioco della Juventus?

«Faccio il nome di Locatelli, perché è un giocatore spesso sottovalutato. Statistiche alla mano è il calciatore che in Europa verticalizza di più. Manca perché è bravo a recuperare palloni e dà equilibrio alla squadra.

«Pesa anche l’assenza di Thuram per la sua forza e fisicità, così come manca Yildiz, un giocatore che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. Bisogna però stare attenti ai paragoni con Del Piero quando si parla di Yildiz. Alla sua età Del Piero era già qualcosa di diverso.

«Mi piacerebbe vedere Yildiz anche come trequartista o seconda punta, perché ha qualità tecniche e intelligenza. Se parte sempre da sinistra rischia di trovare tre avversari addosso. Deve avere la possibilità di evolversi».

Sul minuto di silenzio per Sandro Mazzola, come giudichi quanto accaduto?

«Credo che le motivazioni possano risiedere anche in episodi del passato, come quando era mancato l’avvocato Agnelli o per alcune dichiarazioni di Mazzola sulla finale di Madrid del 2017. Possono essere motivazioni, ma non necessariamente giustificazioni.

«Secondo me in questi casi o le tifoserie si mettono d’accordo per contestare o non contestare, perché non si può vietare a qualcuno di girarsi dall’altra parte. È più una questione di buonsenso. La sanzione mi è sembrata un po’ alta rispetto ad altri episodi simili ma la Juve resta la squadra più odiata in Italia e viene tutto amplificato».

La nuova Italia di Mancini e la scelta di puntare su tanti giovani può essere la strada giusta?

«Il mix è fondamentale. Non puoi mandare tanti giovani allo sbaraglio, hanno bisogno di guide, ma non puoi nemmeno costruire una Nazionale di giocatori esperti senza futuro.

«Bisogna capire se si vuole raggiungere subito un obiettivo o lavorare sul lungo periodo. Io preferisco un percorso che permetta all’Italia di tornare a partecipare stabilmente ai Mondiali e provare a vincere gli Europei. La scelta di Mancini di puntare sui giovani va in questa direzione e la ritengo corretta».

Seguire una squadra come la Juventus cambia il modo di fare giornalismo?

«C’è una differenza abissale. Se segui una società crei rapporti importanti e profondi. Questo non significa avere una fede sportiva, è una questione professionale.

«La Juventus è talmente grande che ogni parola viene amplificata. Devi muoverti con attenzione, con misura e professionalità. Non rimpiango nulla, rifarei tutto quello che ho fatto».

C’è un personaggio sportivo di cui ti sarebbe piaciuto raccontare la storia?

«Ce n’è uno giovanissimo: Andrea Kimi Antonelli. Credo sia un personaggio fantastico, con una genuinità e una semplicità incredibili. Ha il mondo ai suoi piedi grazie alla Formula 1 e mi piacerebbe conoscerlo e fare una chiacchierata con lui.

«Poi hai citato Federer, che per me è inarrivabile. Ma penso anche a Michael Jordan: il modo in cui si è costruito, la sua mentalità e la capacità di prendersi responsabilità enormi raccontano un campione unico».

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