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Bonucci: «Juve, ecco lo sbaglio: pensavamo bastasse CR7 per vincere»

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Bonucci: «Juve, ecco lo sbaglio: pensavamo bastasse CR7 per vincere». Il difensore racconta gli ultimi anni in bianconero

Nell’intervista a The Atlhetic (qui la prima parte) Bonucci ha parlato tanto degli ultimi anni alla Juventus.

VICINO AL CITY – «È vero, nel 2016, ero ad un passo dal City, eravamo ai dettagli poi la Juve non mi vendeva e io avevo il sogno di essere allenato da lui. Ma abbiamo deciso con la Juve di continuare insieme. Quando sono andato al Milan, potevo andare al City ma c’erano cose che si dovevano incastrare e io non volevo aspettare. Avevo dato la mia parola al Milan. L’anno scorso ho parlato con Pep che mi voleva ma sono stato io a dirgli ‘questa è casa mia’ sto bene qui e mi sento a casa. Devo riconquistare il terreno perso con quell’anno a Milano ma questo è uno stimolo non una paura, tornare ad essere il simbolo della Juve per me è la cosa più eccitante che ci possa essere in questo momento della mia carriera».

LUKAKU – «Ha dimostrato di essere un attaccante completo. Può decidere da solo le partite. Quando lo affronti devi essere impegnato 100 minuti a partita, non concedere mai il corpo a corpo, essere pronto a scappare quando la sua squadra ha la palla libera perché è sempre pronto ad attaccare la profondità. È bravo dentro l’area nel corpo a corpo, quindi bisogna cercare di giocare d’anticipo e poi sono situazioni che aiutano la lettura della giocata avversaria, su quello riesci ad anticiparlo ma se ti fai prendere la posizione non riuscirai mai ad anticiparlo e a tenere lo scontro fisico perché è una forza della natura».

DIFFICOLTA’ JUVE – «In questi due anni con Sarri e Pirlo ci sia stata difficoltà nel ricambio. Noi negli anni abbiamo perso Khedira, Mandzukic, Matuidi, Higuain, tutti giocatori di personalità, di grande tecnica, per un processo di ringiovanimento. Ai giovani entrare nella mentalità Juve e far capire cosa vuol dire… La Juve ha costruito le sue vittorie su essere una squadra che non molla mai e non si arrende mai. Anche quando tutto sembra finito non si dà mai per vinta. Quella è stata la mentalità. Farlo capire ai giovani in questi 2 anni è stato più difficile. Hai un’individualità come Cristiano che ti accentra tanto, attira molto la critica perché se non fai una partita fatta bene la colpa è del giovane, della Juve che non è squadra o non ha mentalità mentre noi, come squadra e mentalità per un periodo l’abbiamo mantenuta poi è stato difficile con ricambio generazionale. Ma già adesso che comunque i nostri giovani iniziano ad avere 50 partite con la Juve capiscono la mentalità tra virgolette operaia. È giusto giocare a bene a calcio ma devi faticare, sacrificarti, essere umile, non puoi lasciare per strada nessun dettaglio, tutto deve essere fatto al 101% il 100 non basta».

MENTALITA’ JUVE – «Quando la Juve ha vinto c’erano 10 campioni, 10 buoni giocatori, 4 gregari ma tutti avevano la stessa mentalità, ovvero dobbiamo vincere. Non importa come. Una partita giochiamo bene e basta, una partita meniamo e basta, una partita difendiamo e basta però dobbiamo portare a casa il risultato. Questo negli ultimi due anni, per la voglia di proporre qualcosa di diverso, è stato un po’ messo da parte, pensando di poter cambiare la storia della Juve. Io credo che, e ne parlavo anche con Gigi e Giorgio, che il Barcellona vince in quel modo perché è la storia del Barcellona dai tempi di Cruyff, il Liverpool vince il quel modo per la sua storia. Anche la Juve ha la sua storia. Poi magari in Europa puoi fare più fatica ma arriverà anche in Europa il momento in cui tornerà ad essere vincente».

RONALDO – «Credo sia stato questo il problema, il fatto di pensare che un giocatore, seppur il più forte al mondo, potesse regalare alla Juve una vittoria certa. Quindi ha condizionato tanto la presenza di Cristiano. A noi solo allenarci con Ronaldo ci dava qualcosa in più ma inconsciamente si è pensato che solo la sua presenza bastasse per vincere. Invece il lavoro quotidiano, l’umiltà, il sacrificio, la voglia di mettersi a disposizione del compagno giorno dopo giorno è venuta un po’ a mancare e si è visto negli ultimi anni. L’anno scorso siamo arrivati quarti e abbiamo vinto la Coppa Italia perché ci siamo ritrovati come squadra. Se buttavi un pezzo di legno nello spogliatoio prendeva fuoco tanta era l’elettricità che c’era prima di quelle partite quindi è quello che a noi è mancato, forse davano per scontato che davamo la palla a Cristiano e risolveva la partita invece Cristiano aveva bisogno di tutta la squadra come Cristiano aveva bisogno di lui. Ci deve essere sempre uno scambio, la squadra esalta l’individuo anche se l’individuo è il migliore al mondo».

COME CAMBIA IL CALCIO – «Il calcio italiano sta cambiando (…) I giocatori, si sono costruiti nel tempo. Mourinho secondo me è un grandissimo allenatore e motivatore, il suo calcio era più idividuale: aveva Eto’o Milito, Snejider, Cambiasso, Zanetti, Lucio, Samuel, Maicon, Chivu…ha avuto la bravura di far rendere ancora di più giocatori con un livello altissimo. Adesso tutti cercano di trasmettere le loro idee. Italiano sta facendo un bel lavoro alla Fiorentina, De Zerbi ha dato un’identità al Sassuolo negli anni ha saputo aumentare invece che mantenere. Lo stesso Sarri ha le sue idee che hanno portato a vincere un’Europa League col Chelsea e lo scudetto con la Juve. Ci sono tanti allenatori che con le  loro idee incidono e allenatori che hanno un modo diverso ma non per questo non sono vincenti. Ognuno ha le proprie idee nel calcio non c’è una regola precisa che ti porta a vincere. Tuchel è stato esonerato dal PSG e al Chelsea ha portato a casa Champions e Supercoppa in 6 mesi. Non c’è un’idea precisa e una regola perfetta che ti porta alla vittoria, devi trovare il giusto mix tra tutto».

ALLENARE IN FUTURO – «Assolutamente sì, anche se mia moglie è contraria e mi vorrebbe più a casa vorrei fare l’allenatore (ride ndr). Ora penso al presente, nella vita non si sa mai quello che succederà, magari smetterò di giocare tra 3-4-5 anni e dirò non ne posso piu di stare nei ritiri e mi godrò la vita ma la voglia di fare l’allenatore c’è. Ho un quaderno di appunti da diversi anni e soprattutto da quando ho conosciuto Conte, un allenatore molto importante che mi ha cambiato la carriera anche per la mentalità che ha dato a me, alla Juventus, per le conoscenze calcistiche che ci ha trasmesso. Da lì ho cercato di rubare ad ogni allenatore, ho avuto la fortuna di avere grandi allenatori e questo mi ha facilitato».