Claudio Gaudino: «Alla Juve anni indimenticabili. Ricordo che Trapattoni…» – ESCLUSIVA

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Claudio Gaudino, ex preparatore atletico della Juve e dell’Italia, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Juventus News 24

Lui, il legame con i colori della Juventus, lo ha fortificato nel tempo. Claudio Gaudino è stato il preparatore atletico della Vecchia Signora dal 1981 al 1999, intervallando una lunga parentesi all’Inter prima del ritorno a Torino nel 2009/2010. In mezzo, poi, la gioia con l’Italia al Mondiale del 2006, in cui gli azzurri scrissero letteralmente la storia in Germania. Una lunga carriera al fianco di Marcello Lippi, coronata negli ultimi anni dalle avventure nella Nazionale cinese e al Guangzhou Evergrande. Gaudino ha parlato – in esclusiva a Juventus News 24 – dell’attuale situazione legata alla ripresa degli allenamenti collettivi, spaziando poi tra i ricordi dell’esperienza bianconera.

Allenamenti di squadra a partire dal 18 maggio. Secondo lei, quale scenario dovremmo aspettarci alla ripresa delle sedute collettive?

«Quasi tutte le squadre hanno avviato in questi giorni allenamenti individuali per i propri calciatori, con l’idea di passare poi a sedute di squadra. Non voglio entrare nel merito di quei giocatori che hanno contratto il virus, lasciando il parere solamente agli esperti, ma per gli altri credo che, compatibilmente con le regole, ci sia sempre stata l’idea di mantenere una buona condizione fisica. Questo è stato possibile con i mezzi a disposizione: qualche macchina, anche polivalente che tanti hanno in casa, tapis-roulant, qualche attrezzo specifico per i muscoli. Conoscendo i giocatori di oggi, hanno mantenuto una condizione normale per partire da una base in vista della ripresa degli allenamenti».

Su quali aspetti si concentreranno maggiormente gli atleti per riacquistare piano piano la condizione fisica adatta?

«Potendo allenarsi sul campo, penso che i calciatori potranno concentrarsi sullo sprint, sulla capacità di accelerazione e sulla reiterazione di essa. Lo sviluppo della forza e il concetto di resistenza saranno trattati in modo specifico anche. Potendo utilizzare le attrezzature delle società, penso che il lavoro sarà indirizzato in questo senso, passando da un lavoro di condizionamento generale ad un lavoro di condizionamento specifico».

La ripartenza della Serie A, al momento, è un punto interrogativo. Quanto tempo servirà ai calciatori prima di acquisire la giusta tenuta? Quali rischi potrebbero derivare da questa situazione?

«Per prima cosa dipende dalla condizione che hanno i giocatori al momento della ripresa delle sedute collettive. Se in questo primo periodo di allenamenti sul campo hanno svolto esercizi di condizionamento specifico, non credo ci voglia tantissimo. Dipende sempre da un calciatore ad un altro, visto che non bisogna pensare che l’allenamento risolva tutto. Serviranno sedute specifiche in grado di avvicinare l’atleta alla performance della partita: ipotizzare un tempo è sempre complicato. Tre settimane con questo tipo di lavoro penso siano il periodo minimo. Per quanto riguarda il rischio infortuni, ormai gli staff sono talmente preparati da prevenire questi pericoli. Se si dovesse giocare con frequenza alla ripresa in Serie A, il rischio esisterebbe. Il turnover, per chi lo potrà fare, sarà molto importante».

Serie A che si è interrotta dopo la vittoria della Juve contro l’Inter, in un duello tra le due grandi esperienze del suo passato. Come ha visto quest’anno la lotta Scudetto?

«Ho visto una sfida molto equilibrata. C’è stato un certo livellamento nelle zone di alta classifica per le prime tre squadre a differenza degli anni passati. Da lì a capire come andrà a finire, tenendo in considerazione tutto quello che è successo che sicuramente complicherà le cose, è difficile dirlo».

Dal 1981 al 1999 alla Juventus, poi la parentesi nel 2009/2010. Quali ricordi conserva di quelle esperienze e quali episodi le vengono in mente ripensando ai colori bianconeri?

«Ci sono stati momenti importanti, indimenticabili per tanti motivi. C’era la squadra degli anni ’80 che era un po’ il nervo della Nazionale, con tanti calciatori di alto livello. Era una squadra compatta, determinata, con un livello tecnico altissimo. C’erano degli autentici campioni: Platini, Tardelli, Scirea, Rossi, e altri che io ho apprezzato tantissimo per l’apporto che davano alla squadra come Brio, Bonini, Furino. Marchesi ha gestito benissimo il gruppo, poi ci sono stati i due anni di Zoff in cui è diventato un vero riferimento per la squadra. Dino aveva fatto un grandissimo lavoro. Son ritornato in prima squadra con Maifredi, anche se non avevo lasciato la Juve perché lavoravo nel settore giovanile e poi c’è stata la parentesi importante con Trapattoni. Erano gli anni in cui il Milan dominava, ma la Juventus si sapeva difendere. Poi è arrivato Lippi, che ha vinto tutto quello che c’era da vincere».

Negli anni a Torino ha visto crescere tanti calciatori. Chi è stato, però, ad averla maggiormente impressionata?

«Di quegli anni, il calciatore che più mi aveva impressionato era Platini. In allenamento e in partita faceva delle cose incredibili: lui magari aveva già in mente cosa fare quando l’avversario pensava ‘Adesso cosa fa?’. Aveva delle qualità tecniche elevate, capacità da autentico campione».

Trapattoni, Marchesi, Lippi, Zoff e poi Cuper, Mancini all’Inter: cosa le ha insegnato nella sua carriera collaborare con questi grandi allenatori?

«Mi sono trovato benissimo con tutti. Avevano grande attenzione, a cominciare da Trapattoni che è stato il primo. Quando ancora non collaboravo con la Juve, lui veniva alla Sisport dove allenavo lo sprint ed era interessato alle sedute dei velocisti. Non ho mai trovato preclusioni da loro, anzi: sono stati anni in cui la preparazione fisica cominciava a diventare un discorso comune, e si iniziava a dare grande importanza a questo aspetto. Tutti questi allenatori capivano come il lavoro che svolgevo, questo lato dell’allenamento, poteva dare un apporto in più».

Una data ad accomunare Juve ed Inter è il 5 maggio 2002. In quegli anni lei era già nel mondo nerazzurro, che clima ricorda in quella giornata così particolare?

«È stata una partita strana. C’era la convinzione da parte di tutti che la vittoria dello Scudetto non dico fosse già certa ma alla portata. Quando piano piano, durante la gara, si è visto che la direzione non era quella, è stata una sensazione bruttissima. Si trattava di un’aspettativa alta, c’era quasi l’illusione che si potesse fare. Da una certezza si è passati ad una delusione enorme. In compenso so, avendo avuto poi negli anni contatti con il mondo bianconero, che per loro è stata una soddisfazione incredibile quella giornata. Ci hanno creduto fino in fondo».

Lei ha fatto parte, inoltre, dello staff dell’Italia campione del mondo ai Mondiali 2006. Cos’aveva di davvero speciale quella squadra?

«Era di nuovo un altro grande gruppo. Lippi ha svolto un lavoro eccezionale, anche dal punto di vista motivazionale e di convincimento, e tutti tiravano dalla stessa parte con grande umiltà e determinazione. Quello sicuramente ha aiutato. Per vincere, però, serve anche che tanti fattori aiutino in senso positivo. È stata una bellissima esperienza, proprio per questa determinazione che si trasmetteva e si respirava nell’ambiente».

Se le cito qualche aneddoto svelato in questi anni, cosa le viene mente…

  • Le telecamere e i fotografi a ‘spiarvi’ prima di Italia-Germania

«Me lo ricordo bene… Sono successe tante cose. Io non ero attentissimo come loro a tutti questi risvolti ma ricordo bene tutto. Mi vengono in mente anche tutti gli allenamenti, gli italiani là in Germania che ci seguivano fin dal nostro arrivo. Ci facevano sentire come a casa nostra. Non parliamo poi quando sono iniziati ad arrivare i successi, soprattutto quello contro la Germania».

  • Il tuffo di Lippi nel laghetto dopo la vittoria con la Germania

«Quel bagno l’ha fatto solo Marcello, io no (ride ndr). Aveva architettato davvero uno scherzo molto bello. Ho tanti ricordi positivi e indimenticabili della mia carriera, ma anche qualcuno meno bello».

Ad esempio?

«Ero presente nella notte dell’Heysel, quel 29 maggio 1985. La tristezza è infinita, ed è un ricordo che mi accompagna per tutta la vita. Io ero in tribuna, perché allora i preparatori non andavano in campo. Mi sono subito reso conto della tragedia, perché ci veniva incontro gente ferita. Lo stadio non aveva le condizioni adatte per ospitare la finale della Coppa Campioni. Il giorno prima della finale sono andato in curva a raccogliere diversi palloni dopo l’allenamento e mi sono reso conto delle condizioni in cui versava. Non era un impianto all’altezza, e questa sensazione l’avevo avuta».

Si ringrazia Claudio Gaudino per la disponibilità e la cortesia mostrate in questa intervista