Maddaloni: «La Juve è avanti rispetto a tutte. Ti rimane dentro per sempre» – ESCLUSIVA

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© foto www.imagephotoagency.it

Massimiliano Maddaloni, ex allenatore della Juve Primavera e vice nel 2009/10, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Juventus News 24

«Soltando vivendola dall’interno capisci il vero significato della Juve». Una frase a simboleggiare il legame che ha unito Massimiliano Maddaloni nella sua esperienza al fianco dei colori bianconeri. Allenatore in Primavera nel 2008/2009, con il Torneo di Viareggio esposto in bacheca, il tecnico ha vissuto anche una parentesi in prima squadra da vice di Ciro Ferrara nell’annata 2009/2010. Poi l’esperienza a Carpi prima del volo diretto destinazione Cina dove, dal 2012 al 2015, ha vestito i panni del vice di Marcello Lippi al Guangzhou Evergrande, ricoprendo il medesimo incarico dal 2016 al 2019 sulla panchina della Nazionale cinese. Maddaloni ha parlato – in esclusiva a Juventus News 24 – della sua esperienza a Torino, condividendo i suoi ricordi e trattando anche il tema d’attualità legato alla ripresa della stagione.

La ripartenza dei vari campionati la considera maggiormente come un’opportunità o una necessità dovuta ai tanti interessi economici legati al mondo del calcio?

«Il discorso è semplice: dal punto di vista umano non bisognerebbe ripartire, soltanto che vi sono dei fattori che vanno al di là di tutto. In questo momento si sta cercando di trovare la migliore soluzione per cercare di far ripartire il movimento. Chiudere qui la stagione comporterebbe gravi perdite economiche che il mondo del calcio non si può permettere ora. C’è la necessità, non solo in ambito sportivo ma in tutti i settori, di ripartire, altrimenti si rischia di impantanare l’intera economia. Si sta cercando la soluzione più giusta, e in questo momento si parla di iniziare il campionato verso il mese di giugno».

Un’emergenza diffusasi in Cina prima della propagazione in tutto il mondo. Al di là dei tragici effetti causati all’intera società, in ottica calcistica com’è stata affrontata la situazione nel Paese?

«Quando l’epidemia si è diffusa qui in Cina il campionato era appena terminato. Le squadre erano tutte in vacanza quindi. Durante il picco massimo di propogazione del virus, però, alcuni club erano in ritiro, e l’abitudine qui è di portare le varie squadre all’estero. Il problema dunque si è creato nel ritornare in Cina, con i giocatori che sono rientrati nel momento in cui il virus è stato sconfitto. Alcuni di essi, al rientro, erano positivi, per questo motivo sono stati sottoposti ad un periodo di quarantena. Ogni squadra ha fatto 15 giorni di isolamento, con due tamponi di verifica per essere poi riammessi alla vita di tutti i giorni».

Qual è invece il momento attuale in Cina? La curva dei contagi è tornata a spaventare la popolazione?

«La vita sta riprendendo piano piano, con la gente che inizia ad uscire. È ripartito tutto, sempre però con le restrizioni. Ci viene misurata la temperatura nei luoghi in cui andiamo, utilizziamo sempre la mascherina, e quindi ora siamo molto attenti alla prevenzione. Pur camminando in strada, si cerca di non avere contatti diretti gli uni con gli altri».

Arrivando all’Italia, in attesa di capire come si evolverà lo scenario nelle prossime settimane, la notizia riguarda la sospensione definitiva dei campionati giovanili, ad eccezione della Primavera. Secondo lei, questo stop come può influire sulla crescita dei giovani calciatori?

«La sospensione definitiva del campionato è un fatto anomalo, perché in una stagione a livello giovanile si può vedere di tutto. Facevo sempre un esempio io: a volte si iniziavano i campionati e il giudizio di un ragazzo dei primi sei mesi poteva cambiare nei mesi successivi. Questo perché si creavano tante varianti extra-campo che potevano influire in positivo e in negativo. Questo stop permetterà ad ogni società di avere una valutazione diversa dei rispettivi giocatori, chi era più indietro proverà ad allinearsi e verranno confermati gli staff tecnici e gli allenatori per cercare di ripartire subito. La differenza con il mondo dei grandi è che nel settore giovanile si ha un’influenza economica minore, per questo motivo è stato più semplice interrompere la stagione».

Settore giovanile che l’ha accompagnata nella sua esperienza alla Juve, alla guida della Primavera nel 2008/09. Quanto è stata importante a livello formativo la sua parentesi nel vivaio bianconero?

«Sono stato quattro anni alla Juve e ancora adesso conservo nel cuore quegli anni. Solo quando si arriva in bianconero si capisce realmente il significato della Juventus. Fuori non si può capire realmente: come ha detto giustamente Sarri, dall’esterno vedi solamente l’aspetto delle vittorie, e se non sei tifoso tutto ciò ti porta ad odiarla. Tante cose non le capisci. Quando ci sei dentro, ti rendi conto del perché vince, del perché le cose vadano diversamente rispetto alle altre società. Per quanto riguarda la mia esperienza, quando sono andato via dalla Juve tutti questi aspetti mi sono mancati. L’organizzazione, la mentalità, la gestione: la società è talmente avanti rispetto agli altri che queste cose ti rimangono dentro».

Tra i calciatori allenati in quella stagione emergono Raffaele Alcibiade e Timothy Nocchi, ora fuoriquota nella Juventus Under 23. Come giudica il progetto Seconde squadre nel campionato di Serie C?

«Anche in quel caso parliamo dell’unica società in Italia ad aver abbracciato un qualcosa diverso dagli altri. In tutti gli altri Paesi d’Europa sono presenti le Seconde squadre, mentre in Italia facciamo fatica. La Juve l’ha fatto, cercando di portare avanti questo progetto e secondo me, nel tempo, il fatto di essere partita per prima porterà dei grandi vantaggi».

Un punto fermo di quell’anno era sicuramente Ciro Immobile. Se lo sarebbe immaginato che, qualche anno dopo, avrebbe ‘conteso’ a suon di gol lo Scudetto alla Juve da avversario?

«Sono sincero: Immobile lo sento un po’ come una mia creatura, perché è esploso quell’anno in Primavera con me. La stagione precedente era stata poco felice in Berretti per lui, mentre l’anno dopo venne fuori il vero fenomeno. Tant’è vero che quando andai in prima squadra con Ferrara nell’annata 2009/10, lo portammo con noi e lo facemmo esordire sia in campionato e sia in Champions League. In molti non se lo ricordano, ma in un Bordeaux-Juve, Immobile prese il posto al 70′ di Del Piero. Lo sento un po’ come un figlio che mi sono costruito nel tempo. Sinceramente non mi aspettavo che arrivasse a fare quello che sta facendo ora, ma dimostra ciò che ho sempre pensato di lui: ha una capacità di apprendimento e di voglia che lo ha portato a diventare un riferimento sia per la Lazio e sia per il calcio italiano. Avevo visto in lui un giocatore importante, ma ha dimostrato di diventare un calciatore fondamentale nel tempo».

Immobile certezza in attacco, mentre i pali della sua Primavera erano blindati da Carlo Pinsoglio. Che figura è il portiere bianconero all’interno dello spogliatoio?

«A volte si creano delle situazioni che vanno ad hoc: Carlo era partito per fare le sue esperienze, disputando dei buoni campionati in Serie B e Serie C. La regola della FIFA di avere in rosa giocatori cresciuti nel settore giovanile lo ha riportato alla Juve. Ha intrapreso un ruolo che sta svolgendo alla grande: so che nello spogliatoio è apprezzato da tutti e tutti gli vogliono bene. È il primo ad esultare dopo un gol e questo fa di lui un ragazzo intelligente che ha dimostrato di avere sia qualità tecniche e sia qualità umane».

A proposito di prima squadra, è stato anche il vice allenatore di Ciro Ferrara nel 2009/10 a Torino. Ricorda qualche aneddoto di quell’esperienza? Allenare campioni del calibro di Buffon, Chiellini, Del Piero, Nedved e Trezeguet che cos’ha significato?

«Tutti noi abbiamo vissuto la prima esperienza in Serie A quell’anno: da Ferrara a me, passando per lo staff tecnico. Erano gli anni di transizione da quello che era stato il passato, con la risalita dalla Serie B alla Serie A, alle stagioni successive. Dopo quell’annata, infatti, gli unici poi a rimanere nel ciclo di Conte sono stati Buffon, Chiellini e Del Piero. Ci siamo ritrovati in una situazione societaria particolare, e abbiamo peccato anche un po’ di inesperienza. Ho dei ricordi assolutamente positivi però: disputare una Serie A con la Juventus è stato bellissimo, così come battere l’Inter di Mourinho (2-1 a Torino ndr) che quell’anno vinse il Triplete».

2012-2015 e 2016-2019 sono stati due trienni al fianco di Marcello Lippi, prima come vice al Guangzhou Evergrande, poi con il medesimo incarico sulla panchina della Nazionale cinese. Cosa ha imparato maggiormente da lui?

«Ho vissuto a stretto contatto con uno dei migliori allenatori al mondo. Insieme a lui ho capito anche perché è uno dei migliori, per come gestisce le situazioni di campo. Mi ha raccontato tante storie di vittorie con la Juve e con la Nazionale, e in quei 7 anni ho capito il perché a volte ci sono degli aspetti che ti portano alla vittoria. Ha una capacità di leadership, di gestione del gruppo incredibile».

Cosa le ha raccontato di quegli anni alla Juve?

«Mi ha raccontato soprattutto l’inizio. Ciò che mi è rimasto più impresso è il suo arrivo dopo l’era Trapattoni. La squadra aveva un modo diverso di allenarsi e di affrontare la quotidianità. Mi ha raccontato di aver avuto la fortuna di allenare un gruppo di giocatori di personalità e sempre a disposizione. Un aneddoto carino riguarda Gianluca Vialli: quando Lippi arrivò alla Juve, l’attaccante gli chiese di parlargli. Si incontrarono in un ristorante e Vialli gli disse di voler andare via. Lippi, però, gli disse che non solo non doveva andare via, ma lui doveva essere l’esempio degli altri compagni di squadra. ‘E come posso fare, mister?’ gli rispose. Il mister gli disse: ‘Per esempio mettendoti i calzini sotto la divisa perché non li porti mai, o la cravatta perché non la porti mai’. Tutte queste piccole battute per far capire che lui doveva diventare l’esempio. Da quel momento iniziò un grande rapporto con quei grandi campioni».

Si ringrazia Massimiliano Maddaloni per la cortesia e la disponibilità mostrate in questa intervista

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