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Marotta-Paratici, dall’idillio al grande gelo: l’affare Ronaldo e altri risvolti

Mauro Munno

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Marotta Paratici, dall’idillio al grande gelo: l’affare Ronaldo e altri risvolti. Così si è incrinato il rapporto tra i due dirigenti

Amici e colleghi, dalla Sampdoria alla Juventus: ma ora Beppe Marotta e Fabio Paratici non si parlano più, se non quando istituzionalmente costretti. Non tutti i rapporti sono fatti per durare una vita, il loro si è concluso dopo 14 anni, evidentemente molto male. Il primo mentore esemplare, il secondo allievo precoce: alla Juve sono stati tra i principali artefici del ciclo d’oro di Andrea Agnelli. Un binomio dirigenziale praticamente perfetto: «Eravamo complementari – raccontò Paratici in un’intervista post separazione – Io mi occupavo della parte tecnica: lo scouting, il rapporto con gli agenti, l’individuazione dei calciatori. Sceglievo io i calciatori dopo un confronto con lui. È una persona che conosce il calcio e molto bene i numeri, sa fino a dove ci si può spingere in una trattativa. Io portavo avanti le negoziazioni fino all’ultima fase, quando lui interveniva con la sua esperienza e mi aiutava a non fare errori».

La loro coesistenza alla Juventus è durata 8 anni: nel 2018 Marotta e il club bianconero si salutano. «Non sono andato via, c’è stata una risoluzione consensuale perché quando ci si incontra in modo trasparente con la società, è anche giusto che il manager faccia un passo indietro. E’ anche un fatto fisiologioco, quando sono arrivato io Andrea Agnelli era un giovane presidente, ora è un manager a tutti gli effetti, Paratici era un ragazzo. La società ha preso una sua strada e quando si vede che non c’è più spazio è giusto fare un passo indietro», ha spiegato il dirigente nerazzurro nei giorni scorsi. Ma alla base dell’addio di Marotta c’è più di un semplice ricambio generazionale ai piani altri e di una riorganizzazione dell’assetto societario (ridistribuzione dei poteri e non sostituzione con una figura esterna). L’attuale ad dell’Inter e Paratici non concordavano più su variegate vedute: dall’intrepidezza dell’affare Ronaldo – da molti additato come principale motivo della rottura – alla gestione contrattuale dei tesserati, passando per altre dinamiche di mercato.

L’arrivo del portoghese fu sicuramente la goccia che fece traboccare il vaso: Marotta – di per sé non esaltato dagli spropositati contorni economici dell’operazione – si sentì tagliato fuori dalla pianificazione di quello che fu definito l’affare del secolo. A tre anni di distanza evidentemente non tutto si è risolto con una cioccolata al bar, le scorie travalicano l’ambito meramente lavorativo: «L’esperienza torinese mi ha dato tanto, eccezion fatta per il congedo agrodolce, se così vogliamo definirlo. Sono rimasto in buoni rapporti con tutti, tranne con Paratici, però la questione è più umana che professionale. Sono un manager abituato ad accettare le scelte della società per la quale lavoro e così è stato in quel settembre del 2018, anche se onestamente non me l’aspettavo», è la manifesta insofferenza che rompe il silenzio di circostanza e che chiama un ulteriore crudele sfizio: «Immagino sarà gratificante tornare da campione d’Italia a Torino, sabato 15 maggio, per decidere il destino della Juve. È il bello dello sport».

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