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Olivera: «Sogno di allenare la Juve e che scintille in allenamento con Ibra!» – ESCLUSIVA

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Ruben Olivera, ex centrocampista della Juventus, si racconta in esclusiva su JuventusNews24.com tra passato, presente e futuro

Un passato da calciatore della Juventus e un futuro – nei suoi sogni più grandi – da tecnico bianconero. Ruben Olivera in esclusiva a JuventusNews24.com tra aspirazioni, ricordi e retroscena.

Dopo più di 30 anni che corri dietro a un pallone ti sei dovuto fermare, non per colpa tua. Che sensazioni provi?
«La sensazione è stata un po’ strana. Quando è uscita questa notizia del problema al cuore è stato un blocco forzato, no me l’aspettavo. Avevo intenzione di smettere tra qualche mese ma così è un po’ difficile da digerire. Ho una passione troppo forte per questo sport e mi hanno tolto la cosa più bella che ho, giocare a pallone».

Nonostante questo hai preso il patentino UEFA B e potrai allenare. Ti verrà data una chance all’Aprilia. Che tipo di allenatore conti di essere, quali saranno i tuoi punti fermi a livello tattico e a quale tecnico ti ispiri? So che Gasperini è uno di quelli che ti ha dato più un’impronta da questo punto di vista
«Ho preso il patentino due anni fa. Ora sto lavorando con mister Galluzzo ad Aprilia per imparare questo mestiere nuovo. Sto continuando a studiare, mi ispiro  molto alla metodologia di Gasperini. L’ho avuto sia per un periodo alla Primavera della Juventus sia per un anno intero al Genoa nel 2008/09. Mi è piaciuto molto come lavora. Gioca sempre con tre difensori col 3-4-1-2 o 3-4-2-1. Mi piace una squadra sempre molto aggressiva e offensiva».

Ti aspettavi l’Atalanta così in alto? Ormai in Champions è una presenza fissa. Ti aspettavi un’evoluzione di Gasperini e del suo modo di giocare fino a portare l’Atalanta a delle vette inarrivabili. Ha rischiato arrivare secondo in campionato…
«Non me l’aspettavo perché lavorare con Gian Piero non è facile. Però ho visto che i giovani lo seguivano molto. Poi lui ogni anno faceva andare via uno due pezzi, ma manteneva la base, la struttura della squadra che ha formato e che portava avanti la sua identità. Mettendo dentro dei giocatori forti, tanti ragazzi stranieri che non si conoscevano, è riuscito a fare esprimere al meglio il loro potenziale impressionante. A me piace molto Malinovskyi, un giocatore fortissimo che lui ha fatto diventare un top player. All’Atalanta gli hanno dato carta bianca, facendolo lavorare tranquillo. Con una società forte che lo sosteneva mi aspettavo che avrebbe fatto dei bei progressi, ma non mi aspettavo che arrivasse così in alto». 

Parlando del futuro: tra una decina di anni dove ti piacerebbe arrivare ad allenare, anche se è un percorso che hai appena iniziato e stiamo parlando di ipotesi
«So che sarà difficile però il mio sogno è sempre stato la Nazionale uruguaiana. Sarebbe la meta top per me. Se ci fosse la possibilità di passare per una squadra in Italia mi piacerebbe passare dalla Juventus. Riuscire ad arrivare in una squadra come la Juventus è il sogno di ogni giocatore e poi di ogni allenatore».

A proposito di allenatori della Juventus. Quest’anno Pirlo senza esperienza si è ritrovato ad allenare la Prima Squadra. Come valuti la sua prima stagione da allenatore. Le responsabilità per una stagione al di sotto delle aspettative sono più sue o della società?
«Secondo me più della società. Gli hanno offerto l’Under 23 e poi da un giorno all’altro gli hanno dato la Prima Squadra. Qualsiasi allenatore avrebbe accettato. Tu dici: “Alleno la Juventus, male che mi può capitare arriverò tra le prime due/tre del campionato”. Con un po’ di fortuna – che hanno avuto altri allenatori alla prima esperienza – poteva passare col Porto e giocarsela tra le quattro della Champions con la rosa tutta al completo. In Serie A ha perso qualche punto un po’ così però comunque ha vinto due trofei. Dal divano di casa è passato alla Juventus, sicuramente non è un cattivo allenatore. Gli hanno dato un ferro molto caldo come la Juventus con l’obbligo di vincere tutto. Alla Juve se arrivi secondo non serve a niente».

Cosa è mancato di più a Pirlo quest’anno L’esperienza, il supporto della società, il mercato, qualche punto o gol in più? Arrivare quarto dopo nove scudetti consecutivi è un passo indietro
«È mancato qualche giocatore che è stato sottotono. Ronaldo quest’anno non ha dato quell’impronta, quei gol decisivi che faceva gli anni scorsi. Morata ha giocato così così con tanti infortuni. Il migliore è stato Cuadrado da terzino destro: saltava l’uomo quasi sempre. Chiesa anche per tanti periodi è stato decisivo con i suoi gol e i suoi strappi. Ma non è mai stata una squadra a lungo solida come di solito». 

Hai avuto contatti o hai chiesto qualche consiglio a due come Montero e Zalayeta. Loro come te sono rimasti nel cuore di tutti i tifosi juventini
«Con Paolo ci siamo sentiti l’anno scorso quando era a San Benedetto. Abbiamo parlato parecchio. Quest’anno è partito per l’Uruguay e so che torna tra poco. Chiedo consigli perché so che passare dal giocare all’allenare non è facile. Paolo ha molto carisma con i giocatori, è più facile essendo socievoli. Poi ha delle belle idee di gioco, mi ha detto che si trova bene coi ragazzi. Il problema è che quando ci sono problemi societari non è facile continuare a fare un percorso. Ho parlato anche con Marcelo che mi ha detto: “Fai come me! Comprati una barca e vieni a prendere il sole!”».

Se ti chiamasse Montero per fare il suo vice?
«Magari! Io gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa. Ma lui mi ha detto che ha il suo staff e io non ho insistito più di tanto perché è giusto che ognuno faccia il suo percorso. Io vorrei partire almeno da una Serie D o Eccellenza, da una società organizzata per fare esperienza e portare ai ragazzi tutto quello che ho imparato nel calcio».

Quindi gavetta ed esperienza sono importanti per un allenatore
«Sì, vorrei farla con una Prima Squadra. Ho avuto qualche offerta dal settore giovanile ma vorrei provare coi grandi già da subito».

Tornando al passato: ci racconti della tua firma con la Juventus? Ho letto che arrivò alle due di notte dopo una trattativa molto lunga con Giraudo, Moggi e Bettega

«Ricordo che arrivai nel pomeriggio in un albergo di Milano e me li presentarono. Il mio procuratore allora era Francisco Casal. Pranzammo qualcosa e mi dissero di andare in camera a riposare perché io venivo da un viaggio lungo e da tante ore di macchina. Mi dovevano chiamare dopo un paio d’ore. Il tempo passa: mi addormento, faccio un giro, mi stavo per riaddormentare e poi alle due di notte mi hanno chiamato. “Scendi che devi firmare il contratto”, sono arrivato là che c’erano Moggi, Giraudo, Bettega sempre allo stesso posto fumando il sigaro. Mi dissero: “Guarda, sarai un giocatore della Juventus. Mettiti in testa che arrivi in uno dei migliori club del mondo. Quando parlerai con Montero capirai”».

Immagino che un allenatore come Capello sia stato importante per la tua crescita, forse fondamentale insieme a Gasperini
«Sì. Anche Lippi è stato una persona che mi ha dato una grande mano. Io venivo da un altro calcio e giocavo trequartista. Un ruolo con cui in Italia si faceva un po’ fatica a giocare. Ho dovuto cambiare il mio modo di giocare e Marcello e i compagni mi hanno aiutato molto. Con Capello ho trovato la mia dimensione. Lui non guardava in faccia nessuno, faceva giocare chi stava bene. Feci un grande ritiro estivo e anche se dovevo andare in prestito quell’anno mister Capello mi disse di rimanere. Mi giocavo il posto con Tacchinardi, Emerson, Camoranesi e Nedved. Ho coperto tutti i ruoli del centrocampo: sia da centrale sia da esterno. Quella è stata una bella annata».

Come mai ti chiamavano il “Pollo”? Perché eri piccolino?
«Da noi in Uruguay quando entri in un gruppo e sei il più piccolo ti chiamano “Pollo” o “Pollito”. Mi è rimasto questo soprannome da quando avevo cinque anni e giocavo sempre con quelli più grandi. In Italia mi chiamano più così che con il mio nome».

Quando sei arrivato alla Juve c’era un giocatore che è ancora in attività: Gianluigi Buffon. Ti aspettavi potesse arrivare fino a 43 anni? Ci racconti un po’ il Buffon degli allenamenti e dello spogliatoio che hai conosciuto
«Gigi è una persona carismatica da sempre. All’epoca era giovane pure lui ma era voluto bene da tutti. Si vedeva che aveva una personalità così imponente, si faceva già sentire. Non mi sono mai più allenato con un portiere a cui facevi fatica a fare gol in allenamento. Negli allenamenti tante volte i portieri si scansano un po’, ma lui ci diceva: “Oggi non fate nessun gol”. Era una cosa impressionante, le partitelle settimanali finivano 1-0, 0-0. Anche quando lavoravamo sui tiri, con giocatori come Ibra che tiravano con una potenzia assurda, era impressionante. Il miglior portiere con cui mi sono allenato e che ho visto è stato Gigi Buffon».

Quindi può continuare secondo te?
«Tranquillamente. So che lui è un professionista, so che si allena alla pari e non vuole privilegi e favori. Tutto quello che ha fatto fino adesso se lo è costruito perché lavora come fosse il primo arrivato. È la grandezza e l’umiltà del campione».

Ricordo di qualche allenamento con Ibra in cui c’era stata qualche scintilla con Zebina e con Vieira. Era uno che non ci metteva molto a scaldarsi
«Pensa la personalità che lui all’epoca aveva a 22 anni. A parte che gente come Iuliano, Vieira, Emerson, Tudor di 90 e passa chili se gli andavano addosso rimbalzavano… Era strepitoso, mai vista una cosa del genere. Era molto esigente con se stesso e i suoi compagni, chiedeva palla veloce, a due tocchi. Ripeteva sempre la stessa cosa: “One touch, one touch”. Voleva sempre che i giocatori giocassero un tocco o due tocchi. Poi trovavi magari calciatori come Vieira che la toccava di più, Patrick aveva un gioco un po’ più lento rispetto ad altri. Questi dopo un po’ si scocciavano, sia lui sia Zebina, e tante volte  abbiamo dovuto separarli. Era dura tenerli perché eravamo in quattro a prendere Vieira e cinque a prendere Ibrahimovic, una squadra solo per loro due. Ma anche Zebina era un bell’animale…».

Con Zebina ci sono stati anche degli episodi successivi, con Ibra che uscendo dal campo gli ha fatto dei segni. Si sono portati dietro le scorie
«Vero. Erano giocatori con caratteri molto forti. Poi so che con Vieira si sono ritrovati all’Inter ed hanno una bella amicizia».

Ti chiedo anche della Samp. Rispetto alla Juve hai avuto qualche difficoltà in più con l’ambiente, con Novellino…

«Quell’anno c’era Deschamps alla Juve dopo Calciopoli. Pensavo di restare perché nel pre ritiro avevo sempre giocato e alla fine la società decise di mandarmi in prestito alla Sampdoria perché l’anno prima avevo giocato poco. Volevano facessi un anno intero alla Sampdoria. Ho dovuto accettare perché non decidevo io, ero giovane. Sono arrivato lì con tutto l’entusiasmo, la gente mi ha accolto bene e ho cominciato abbastanza bene. Poi ho avuto qualche problema con mister Novellino che era un po’ sanguigno. Io all’epoca non ero molto tranquillo caratterialmente, rispondevo spesso e volentieri ad allenatori e compagni. Ci siamo scontrati diverse volte e questa cosa mi è costata. Non mi convocava, mi lasciava in panchina, se giocavo bene mi trovava sempre qualcosa. Diceva che mi montavo la testa perché venivo dalla Juve. È stato un anno in cui ho fatto solo 20 partite ma mi è servito perché da lì ho capito che devo pensare solo a fare il calciatore e non a rispondere. Dovevo accettare le decisioni degli allenatori e fare il mio. Come dicevano tutti alla fine ero solo io a perderci».

Si ringrazia Ruben Olivera per la disponibilità mostrata in occasione di questa intervista

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