Hanno Detto
Peruzzi svela: «Vialli mi ha fatto diventare professionista. I rigori nella finale del 1996 li ho parati grazie a Bruno Longhi». Poi un retroscena su Agnelli

Peruzzi è stato protagonista di una lunga intervista ai microfoni di Tuttosport. Le parole dell’ex portiere della Juve su diversi temi
Angelo Peruzzi, protagonista di una lunga intervista ai microfoni di Tuttosport, ha ripercorso la sua carriera svelando anche degli aneddoti.
Angelo Peruzzi resta, nell’immaginario collettivo, il custode della porta juventina in quella magica notte di Roma del 1996. Ripercorrendo quell’impresa contro l’Ajax, l’ex portiere svela i segreti dietro i tiri dal dischetto: «Non lo so, onestamente. Bruno Longhi, che avrebbe poi commentato la partita, mi aveva portato in ritiro una videocassetta con i rigoristi dell’Ajax. La guardavo tutte le sere. Poi ho capito che, tra quelli studiati, solamente Litmanen avrebbe calciato. E l’ha pure indirizzata all’angolo opposto».
Il successo di quella Juventus nasceva da un’alchimia unica tra i componenti del gruppo. Peruzzi ricorda con affetto il clima che si respirava: «Nello stare insieme. Nelle cene del giovedì, con massaggiatori e magazzinieri. Ora non sarebbe possibile. Una volta, un lunedì di Pasquetta, ci siamo ritrovati tutti al Comunale: avevamo fatto una “braciolata”, io e Rampulla a girare la carne. E con noi c’era Zidane. Per dire: si stava bene insieme. Non c’erano gelosie, e ogni volta che si vinceva si pensava solo alla partita successiva».
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In quel calcio fatto di uomini veri, Peruzzi riconosce in Luca Vialli un maestro di vita e di professionismo. I due erano legatissimi, tanto che il portiere racconta: «Mi resta difficile parlare di Luca. Nei suoi primi tre o quattro mesi a Torino, aveva paura di dormire da solo in casa. Così andavo io. Luca mi ha fatto diventare professionista. Lo vedevo sempre puntuale, pronto a scherzare, ma giusto per sdrammatizzare».
Il rapporto con la proprietà era altrettanto schietto. Peruzzi rammenta una telefonata mattutina con l’Avvocato: «La prima volta che mi ha telefonato saranno state le 6.30 del mattino: “Pronto, casa Agnelli”. Mia moglie, spaventata, ha subito riattaccato. Non ci credeva. Risquila il telefono: “Pronto, casa Agnelli”. Prendo io la cornetta: “Vai, vai pure, tanto paghi te”. Dall’altra parte c’erano davvero l’Avvocato».
Oggi, guardando al calcio moderno e ai nuovi portieri come Di Gregorio, Peruzzi mantiene il suo approccio pragmatico e umile. Nonostante sia considerato una colonna della storia bianconera, schernisce l’etichetta di mito: «Ma va! Ho due mani e due gambe, come tutti. I giocatori passano, la Juventus resta». Per il “Cinghialone”, la vittoria della Champions League rimane il culmine della carriera, un’emozione superiore persino al Mondiale del 2006 vissuto da comprimario: «Se sei protagonista te la senti molto di più. E io ho pianto di gioia, mi sono tolto un peso che non mi faceva dormire la notte».