Pippo Inzaghi mio, la vita da allenatore è dura

barone
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Pippo Inzaghi ha indossato la maglia della Juventus per quattro stagioni. Ricordi che hanno segnato la sua carriera ricca di gol e soddisfazioni. Adesso da allenatore è tutta un’altra storia

Pippo Inzaghi da giocatore ha lasciato il solco un po’ ovunque con quei suoi movimenti imprevedibili e spavaldi capaci però di mettere in crisi anche i difensori più arcigni. Da attaccante, col fiuto fino e pratico, ha scardinato le porte di mezzo mondo. Dalla sua ha avuto sempre una squadra modellata a propria immagine e capacità.

Era il calcio di quando il pallone lo si lanciava all’attaccante e non ci dovevi pensare più. O meglio, ci pensava poi lui a buttarla dentro. E Pippo, quel mio e nostro Pippo, sottoporta riusciva ad addomesticare anche l’ultimo dei palloni sgonfi. Tutti o quasi da brividi fino all’ultimo giro verso lo specchio della porta. Molti di questi da urlo, nel momento in cui finivano per gonfiare la rete e l’ugola dei tifosi.

Quanti ricordi, vero Pippo? Quante vittorie e quanti trofei vinti. Ma poi quello stesso mondo fatto anche di bella “vita” all’ombra di qualche prosperosa soubrette è arrivato al capolinea e sei stato costretto a rimodellare la tua carriera, cominciando quella da allenatore. E lì la musica è cambiata. Alle tue spalle non ci sono più Del Piero, Pirlo, Seedorf e tutta la banda “piedi&fantasia” sul quale hai costruito le tue fortune.

Ora, da allenatore, è tutta farina del tuo sacco. E per mettere in pratica quello che hai appreso sul campo devi ancora impegnarti. Tanto. Il giro lo hai ricominciato sulla panchina del Milan: farina tipo 0. Poi l’esonero e il passaggio al Venezia: farina buona per impanare. Ora il Bologna: farina 2-0 dopo i primi 45 minuti. Tenere bene a bada per il proseguo.

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