Remino (ex fisioterapista Juve): «La ripresa degli allenamenti sarà una sorpresa» – ESCLUSIVA

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Valerio Remino, ex fisioterapista della Juve dal 1980 al 1994, ha rilasciato un’intervista in esclusiva a Juventus News 24. Le sue dichiarazioni

«Ah, voglio proprio sentire come massaggia questo fisioterapista che arriva dal ciclismo». Con queste parole, Dino Zoff battezzò per primo la lunga esperienza vissuta alla Juve da Valerio Remino, storico fisioterapista bianconero che, dal luglio del 1980 al giugno del 1994, lavorò al fianco dei colori bianconeri. Ben 104 i calciatori della Vecchia Signora curati nella sua parentesi all’ombra della Mole, con tanti campioni vissuti da vicino nello spogliatoio e capaci di scrivere, a suon di coppe e trofei, la storia juventina. Remino – in esclusiva a Juventus News 24 – ha ricordato gli aneddoti e le immagini più belle della sua esperienza in bianconero, tracciando un collegamento con quella che è la situazione attuale in ottica allenamenti e condizione atletica in seguito allo stop per l’emergenza Coronavirus.

È un tema d’attualità la questione legata alla ripresa degli allenamenti in questo periodo di quarantena in seguito all’emergenza Coronavirus. Qual è il suo pensiero legato a questo argomento?

«È un problema questo, perché i giocatori devono allenarsi in casa oppure in palestre personali. Facendo un riferimento un attimo al ciclismo, in Piemonte hanno ottenuto un permesso speciale per allenarsi. Anche il calciatore, però, non può fare molto nella sua palestra di casa, perché è diverso rispetto ad allenarsi sul campo. La ripresa sarà anche una sorpresa, perché non sappiamo neanche quando ci sarà. Per i calciatori sarà ancora più difficile perché c’è tutta la parte tecnica da rimettere in moto».

Come potrebbe fare, dunque, un calciatore a mantenere la condizione atletica in questo periodo?

«Il calciatore può fare degli esercizi in casa per mantenere un buon tono muscolare, svolgendo anche una parte passiva con strumenti di elettrostimolazione. Penso che i preparatori atletici avranno studiato un piano da attuare a casa per mantenere la condizione atletica. Presumo ci sia una gestione programmata anche in questo senso…».

Lei è stato fisioterapista alla Juve dal 1980 al 1994. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e quali aneddoti le vengono in mente ripensando ai colori bianconeri?

«Di aneddoti ne avrei tanti… Ho vissuto grandi soddisfazioni, trascorrendo un periodo alla Juve in cui abbiamo vinto tutto. Forse avremmo potuto vincere qualcosa in più, qualche rammarico c’è come la finale di Coppa dei Campioni persa ad Atene contro l’Amburgo nel 1983. Ciò che ricordo con più piacere è l’anno in cui abbiamo vinto sia la Coppa Italia e sia la Coppa Uefa nella stagione 1989/1990. È stata una stagione complicata, una stagione molto triste perché poi abbiamo subito anche il lutto di Gaetano Scirea. Non è stato un anno facile, anche per le critiche nei nostri confronti: nonostante ciò, però, vincemmo due Coppe. Queste vittorie passarono un po’ in sordina, anche se in finale di Coppa Italia battemmo il Milan di Sacchi con Gullit, Van Basten, Rijkaard. Ricordo questo periodo, con una Juve che viene poco ricordata rispetto alle altre».

Una bandiera, in quel periodo, era Gaetano Scirea. Quando sente il suo nome, quale immagine ricorda con più emozione?

«Ho vissuto più con lui che con mio fratello quando ero alla Juve. Ancora adesso è con me tutti i giorni, perché nel mio studio ho una sua fotografia del 1989. Man mano che passa il tempo, quando arrivano i giovani calciatori accompagnati dai loro genitori, chiedono ‘Chi è questo giocatore?’, e il padre e la madre rispondono ‘È stato un grandissimo campione della Juventus’. Spero che quando cresceranno leggeranno chi è stato Scirea… Di lui ho un bellissimo ricordo, è stato un grande amico. L’aneddotto che ricordo è legato alla nostra trasferta negli Stati Uniti del 1981. Da bambini, sia io che Gaetano, avevamo due sogni nel cassetto: il mio era quello di vivere l’esperienza all’interno di una navicella spaziale, il suo di recitare una preghiera sulla tomba del presidente John Fitzgerald Kennedy. Quando andammo a Washington, per la partita contro la Nazionale americana, avevamo qualche ora libera. Scirea mi accompagnò a visitare il centro spaziale della NASA, mentre io andai con lui alla tomba di Kennedy. Conservo ancora delle fotografie di quei momenti…».

Di numeri 10 ne ha visti passare alla Juve: Brady, Platini, Baggio e poi un futuro ’10’ che, da lì a poco, scrisse la storia bianconera: Alessandro Del Piero. Cos’avevano di speciale questi giocatori?

«Avevano una classe superiore agli altri. Ognuno aveva il proprio carattere, però si vedeva che si differenziavano dal gruppo. Il pubblico poteva vederli soltanto durante la partita, io che ho avuto la fortuna di vederli anche in allenamento ho apprezzato delle cose fantastiche. In settimana osavano di più, con certi colpi di classe incredibili. Se dovessi scegliere il numero ’10’ che più mi ha colpito è Roberto Baggio: lui era un ’10 e mezzo’ rispetto agli altri».

Nelle sue ultime due stagioni in bianconero ha visto crescere anche un giovane Antonio Conte, ora allenatore dell’Inter. Si aspettava un passaggio in nerazzurro nella sua carriera?

«A proposito di Conte, stavo riguardando delle vecchie fotografie e mi sono imbattuto in una sua foto mentre giocava a carte in aereo. Era quasi irriconoscibile talmente era giovane… Per quanto riguarda il suo passaggio all’Inter, è un professionista. I tifosi la vedono in un certo modo, ma per chi lavora nel mondo del calcio sono scelte da rispettare».

Inter che ora lotta ai primi posti della classifica con la Juve. È rimasto sorpreso dall’impatto avuto da Maurizio Sarri o si aspettava una conferma del trend bianconero degli ultimi anni?

«Senza dubbio il ruolo dell’allenatore non è più quello di una volta, perché una volta il tecnico allenava i giocatori anche dal punto di vista fisico. Ora la parte tecnica e atletica sono separate a differenza del passato in cui l’allenatore gestiva il tutto. Arrivando a questa stagione, non sono tanto convinto sulla gestione in campo dei calciatori. Il passaggio da Allegri a Sarri, a mio parere, non ha portato tante novità, perché la Juve è formata da tanti campioni difficili da far coesistere. Sarri è un buon allenatore però, capace di dare un’impronta di gioco precisa alle squadre allenate in passato, come al Napoli e al Chelsea».

Nel 1984-85 la sua Juve vinse la Champions League. Pensa che quest’anno i bianconeri possano ambire al titolo europeo?

«Serve fortuna per arrivare in fondo in Champions League. La Juve è a livello delle prime quattro in Europa, ma alcune volte sei in grado di recuperare partite che sembravano perse e arrivare in finale mentre altre volte il tuo cammino si arresta prima. È una competizione in cui c’è bisogno anche di fortuna».

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