
Bava in un’intervista a ‘Tuttosport’ ha analizzato nei dettagli il quadro economico della Juventus evidenziando tutte le difficoltà che possono esserci nel corso dei prossimi mesi
Giovanni Carnevali è approdato a Torino a inizio estate con una sfida ardua: sanare i conti della Juventus lasciati dalla precedente gestione Comolli. Il nuovo amministratore delegato si è subito trovato a dover riallacciare le relazioni con la diplomazia calcistica europea e a definire l’accordo di Settlement Agreement con l’Uefa, tentando al contempo di condurre un mercato sostenibile.
Il restyling dell’organico a disposizione di Luciano Spalletti ha portato a numerosi stravolgimenti. Oltre alle uscite di Vlahovic, Arthur e Perin, sono arrivati innesti del calibro di Kolo Muani, Vicario e Alajbegovic. Nasce qui un interrogativo economico: la lista per la competizione europea ha ridotto il peso a bilancio, ma il monte ingaggi globale della rosa mostra un incremento del 18,92%.
Per analizzare il fenomeno, l’esperto Fabrizio Bava, docente ordinario di Economia Aziendale all’Università di Torino, chiarisce la situazione: «Bisogna partire dal presupposto che la Juve è un top club e non vuole smettere di esserlo. Se sbagli la squadra per due anni di fila con acquisti decisamente costosi (come Koopmeiners o Douglas Luiz) ti trascini ammortamenti e ingaggi elevati per anni. Carnevali è riuscito a rinnovare pesantemente la squadra e a contenere le spese, scommettendo su profili di prospettiva come Alajbegovic e giocando sui prestiti. Alla fine, l’incremento complessivo dei costi fissi si aggira intorno ai 15 milioni tra ammortamenti e ingaggi. Un prezzo da pagare tutto sommato accettabile per non depauperare la competitività del club. L’unica nota dolente coincide con l’acquisto di Kolo Muani. Non per il rendimento attuale – s’intende -, ma perché tra ingaggio e ammortamento ha bruciato gran parte del risparmio ottenuto con l’addio di Vlahovic. Come se ne esce? Cedendo a gennaio o entro il prossimo 30 giugno un profilo particolarmente gravoso a bilancio».
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Il piano finanziario prevede il raggiungimento del pareggio entro il 2028 per sventare punizioni sportive, ma l’impresa appare in salita. «Carnevali è il terzo dirigente di fila chiamato a gestire una situazione di bilancio difficilissima», ha detto Bava.
Che poi ha aggiunto: «Perché non esistono club disposti ad acquistare gli esuberi bianconeri alle cifre richieste dal club. La Juve non riesce più a fare plusvalenze importanti (dai 20 milioni in su) da almeno 5 anni. Al contempo, si rifiuta di cedere i suoi asset principali, per non correre il rischio di impoverire la rosa di Spalletti. Allo stato attuale, dunque, le probabilità di raggiungere il Break Even entro il 2028 diventano sempre più basse. Per riuscirci la Juve avrà due strade: ridurre i costi e contemporaneamente aumentare i ricavi, oppure registrare una serie di plusvalenze nel giro dei prossimi due anni. Vale per i giovani della Next Gen, come per i profili facilmente piazzabili sul mercato, come i vari Yildiz, Alajbegovic e Bremer…».
Gli occhi sono ora puntati sul prossimo Consiglio d’Amministrazione del 24 settembre, dove si valuteranno le perdite complessive. L’analisi conclusiva prefigura le prossime mosse societarie: «Nel bilancio 2026 figuravano oltre 50 milioni di plusvalenze, mentre per il 2027 queste sono pressoché azzerate, eccezion fatta per il tesoretto garantito dalla cessione di Muharemovic. Sommando quindi i 30 milioni in meno di plusvalenze ai 30 milioni persi dai mancati ricavi Champions, parliamo di un peggioramento secco di 60 milioni. Se a questo quadro aggiungiamo la consistente perdita d’esercizio, il rosso complessivo supererà ampiamente i 100 milioni. A questo punto la Juventus si trova davanti a un bivio obbligato: dovrà aumentare i ricavi o liberarsi dei contratti più onerosi. In quest’ottica, pur non parlandosene ancora apertamente, dò per scontato un nuovo aumento di capitale. Un intervento che non serve per i parametri Uefa, ma che sarà imposto dalla legge e dal codice civile: la perdita potrebbe andare a erodere il patrimonio netto a tal punto da renderlo inevitabile».