McKennie: «Non credevo di andare alla Juve. E' successo così»
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McKennie: «Non credevo di andare alla Juve. E’ successo così»

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McKennie: «Non credevo di andare alla Juve. E’ successo così». Il centrocampista racconta i retroscena del trasferimento

McKennie a YouTube Kwik Goal ha svelato alcuni retroscena sul suo trasferimento alla Juve nel 2020.

FIRMA PER LA JUVE – «Pazzesco firmare per la Juve, da non crederci. Ero seduto sul divano, a casa, in Germania, stavo per partire per il precampionato con lo Schalke e mi ha chiamato Corey dicendomi: potrebbe esserci un interesse reale e io non ci potevo credere. Sono salito sull’aereo per andare in Austria dove avevamo il ritiro, poi ero sul bus dopo essere atterrati e mi hanno detto: il coach ti chiamerà. Ma chi, Pirlo? Mi sono seduto con il telefono in mano aspettando la chiamata e pensando solo: oh mio Dio!»

ANEDDOTO – «Avevamo una regola: niente telefoni a tavola. Il mio era nascosto tra le mie gambe e appena ho visto una chiamata dall’Italia sono corso fuori. Era la Juve che mi diceva: crediamo tu possa essere importante per la nostra squadra. Io speravo solo che tutto andasse in porto senza problemi. 3-4 giorni dopo era tutto fatto, sono tornato in Germania a prendere la mia roba e ho firmato con la Juve il giorno del mio compleanno. Il giorno più bello della mia vita? Sì! Ma anche ricevere una chiamata da Cristiano non è stato male».

CRISTIANO RONALDO – «Incredibile giocare con lui. Tutti hanno l’immagine di lui che è arrogante che pensa solo al lavoro. Ma è un ragazzo che si diverte a lavorare, gli piace. Ma gli piace anche il tempo fuori, con la famiglia. Ha una maniera diversa di prendersi cura del suo corpo. Tornavamo dalle trasferte magari alle 3 di notte e al mattino dopo ci allenavamo. Gli altri andavano nello spogliatoio, si cambiavano e tornavano a casa. Io odio il bagno col ghiaccio; lui si spogliava, metteva un asciugamano sul collo e andava a fare il bagno con il ghiaccio. Mi diceva: vieni con me, ti fa bene, se non vuoi fare 5 minuti, fai 20-30 secondi, stiamo lì e parliamo e non potevo dirgli di no! Restavamo lì e parlavamo della partita. Nei primi due mesi continuavo a non credere di star giocando con una leggenda come lui, ma poi dopo che passi l’essere un fan è meglio per un professionista. Ho iniziato a comportarmi normalmente, ridevamo e facevamo battute».

GOL PIU’ BELLO – «Contro il Barcellona. C’è una storia dietro: da ragazzino ero lì in vacanza e mia madre ha pregato la sicurezza per farmi entrare al Camp Nou, ho visto Messi e Ronaldinho in campo ad allenarsi. Quando ho segnato ho pensato: ho chiuso un cerchio».

AVVICINAMENTO AL MONDIALE – «La sto prendendo con relativa calma. È come natale, a dicembre sei ansioso che arrivi ma è solo la mattina di Natale che diventi super ansioso e io sto vivendo così l’avvicinamento al Mondiale. Lo sentirò quando sarò lì e si avvicinerà la partita».

SOGNO MONDIALE – «Quando ero giovane sognavo in grande, sognavo di essere al Mondiale. Quando ho cominciato nelle nazionali giovanili il sogno è sembrato più realistico. Nel 2018 pensavo che se ci fossimo qualificati sarei stato nella lista dei convocati. Adesso è tutto vero ed è stato un bel viaggio».

LA CARRIERA – «Non voglio sembrare arrogante, ho cominciato a costruire la fiducia in me stesso quando ero più giovane perché ero capace di fare cose che altri bambini non riuscivano a fare, quando sono tornato negli USA dalla Germania. Sentivo di essere avanti agli altri e questo mi ha dato fiducia. Adesso capisco di essere un giocatore diverso da quello che ero prima: non mi piaceva correre indietro a difendere, volevo solo attaccare. Quando sono andato in Germania a giocare a 17/18 anni l’allenatore mi ha dato la struttura mentale per lavorare duramente su ogni aspetto».

RUOLO DA INTRATTENITORE – «Sì, mi ci sento. Sono il ragazzo che porta sempre buone vibrazioni».

TOTTI IDOLO – «Era il mio giocatore preferito da ragazzino, ma non ho provato ad emularlo. Cerco di essere solamente me stesso, il tipo di calciatore che sono. Avevo dei calciatori preferiti ma non guardavo tanto sport. Avevo un fisioterapista che lavorava con la Roma e mi ha aiutato a realizzare il sogno di una maglietta autografata: Totti una volta è venuto alla Juve e me l’ha portata e non ci potevo credere».

IL CALCIO DA BAMBINO – «Ho imparato tanto giocando a calcio in strada, in Germania era tutto quello che facevamo. C’è un motivo se i brasiliani sono così bravi, fanno quello tutto il tempo».

BAMBINO INTERIORE – «C’è in ogni giocatore. La passione di quando si era bambini, fare quello che ci piace. I ricordi migliori sono quelli di quando giocavo da bambino, quando ho momenti di difficoltà ci ripenso e mi dico: ecco perché ami questo gioco».

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