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Da Tudor a Spalletti, l’enigma Vlahovic e il fallimento del progetto “Moneyball”: (quasi) 365 giorni dopo, le crepe strutturali del modello Comolli

Comolli, quasi 365 giorni dopo il fallimento del modello Moneyball. Quali sono state le crepe strutturali del suo operato
Un anno nel calcio equivale a un’era geologica. Era il 10 giugno 2025 quando Damien Comolli, neo-direttore generale della Juventus, si presentava alla stampa con un progetto ambizioso basato su dati, identità e mentalità vincente. Oggi, nel maggio 2026, la realtà presenta un conto salatissimo. Rileggere oggi quelle dichiarazioni evidenzia lo scollamento fatale tra le teorie del dirigente e la dura legge del campo.
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- L’illusione Tudor, l’insufficienza di Spalletti
La promessa: «Tudor rimarrà il nostro allenatore […] La sua intensità fisica e mentale, la resilienza… è impressionante». La realtà: La scommessa sul tecnico croato si è rivelata un totale disastro. Quell’intensità feroce decantata da Comolli non si è mai trasferita stabilmente alla squadra, se non nella prima parte della stagione con le 3 vittorie in campionato o la rimonta col Borussia Dortmund in Champions. L’incapacità di gestire i passaggi a vuoto e le pressioni dell’ambiente hanno portato a un rapido logoramento e al conseguente esonero. E quelle caratteristiche mancanti nella rosa non le ha potute trovare Luciano Spalletti, che ha cercato altre chiavi d’intervento per far crescere il gruppo. Che momenti di grinta li ha dimostrati (Roma, il ritorno di Galatasaray). Ma al momento topico del campionato, non ha offerto la giusta sintesi: non ci vorrebbe un’intensità pazzesca per battere Verona o Fiorentina; però, quella minima sì e non si è vista. Ma vedendo certi profili tremebondi, soprattutto a centrocampo e nelle seconde linee, come si poteva pensare che Tudor potesse forgiare un gruppo su caratteristiche praticamente inesistenti? - Il cortocircuito del modello “Moneyball”
La promessa: «Utilizzeremo i dati per avere un vantaggio competitivo… ho chiaro il profilo per il doppio ruolo di direttore sportivo e tecnico». La realtà: Lo sdoppiamento delle scrivanie e l’ossessione per l’approccio algoritmico in stile sport americani non hanno funzionato. La parcellizzazione delle decisioni societarie ha generato più confusione che efficienza e Modesto e Ottolini non godono di buona stampa (quanto meno). Comolli ha cercato di razionalizzare l’irrazionale, dimenticando che il peso della maglia della Juventus non si calcola con un foglio di calcolo. Quando la squadra si è trovata in difficoltà emotiva, i dati non sono scesi in campo per risolvere i problemi. E la sensazione che il modello, magari difficile da trasferire nell’immediato, sia tutt’altro che approvato da Luciano Spalletti è abbastanza netta. Tanto da far pensare che si stia vivendo una situazione quasi alla Gasperini vs Ranieri. Ma non sarebbe stato meglio spiegare nel corso dell’anno la ratio degli acquisti fatti, far capire a tutti perché David, Openda e Zhegrova fossero stati considerati adatti? Non facendo così si finisce per alimentare speculazioni sulla politica dell’algoritmo. A meno che si scopra che ci si è basati esclusivamente su quelli e, allora, bisognerebbe chiedersi quale numero o combinazione di dati serva per illustrare leadership e personalità, concetti fondamentali nei quali oggi la Juve difetta - L’enigma Vlahovic
La promessa: Su Vlahovic: «Vorrò parlargli per capire cosa ha in mente». La realtà: Esattamente un anno dopo, il rebus Dusan Vlahovic è ancora irrisolto. Non si sa ancora se il serbo prolungherà il contratto, a dimostrazione di una gestione prolungata e incerta delle risorse chiave. Al di là di ogni considerazione del giocatore e di un’autostima eccessiva – ma davvero pensa di essere uno da Top Team in Europa? -, la società è in grado di fare una valutazione autonoma (anche dalle preferenze di Spalletti) e fare una scelta? Arrivare a fine stagione senza un’idea profonda è grave, fa capire ancora di più che David e Openda erano stati presi per “far fuori” il serbo, operazione non riuscita. E adesso?