
Il ritorno alla difesa a tre e le scelte di Spalletti riaccendono il dibattito sulla convivenza tra le punte della Juventus e sulla loro scarsa vena realizzativa
La Juventus è scesa in campo al Via del Mare per affrontare il Lecce, riproponendo l’assetto tattico con la difesa a tre e un impianto di squadra rivisto. La ricerca di nuove certezze passa inevitabilmente attraverso le scelte di Spalletti, chiamato a imprimere una svolta decisiva alla manovra e a sfruttare al meglio il potenziale offensivo a disposizione. La formazione bianconera è tornata stabilmente al 3-5-2, un assetto con cui la squadra sembra sentirsi più a proprio agio, pur imponendo all’allenatore di schierare due punte insieme per ridisegnare la fisionomia dell’undici iniziale e trovare nuove geometrie in mezzo al campo.
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Tuttavia, questo schieramento apre inevitabilmente a riflessioni critiche sulla tenuta e sulla produttività del reparto avanzato. Intervenuto dagli studi Mediaset, il giornalista Riccardo Trevisani ha evidenziato senza filtri il nodo cruciale dell’attacco, ponendo l’accento sulla coesistenza obbligata e sul rendimento deficitario degli elementi di riferimento: «C’è anche un altro grosso problema: se giochi a due punte e hai due punte che peraltro non segnano, è un bel problema». Un giudizio severo che accende i riflettori sulla scarsa vena realizzativa di giocatori chiave come Nick Woltemade e Randal Kolo Muani.
Il peso specifico di questa analisi si scontra con la necessità impellente dei bianconeri di convertire in gol la mole di gioco prodotta, evitando ulteriori passi falsi nel prosieguo della stagione. Per la Vecchia Signora, la via della continuità passa necessariamente da una svolta sottoporta, indispensabile per giustificare le scelte tattiche del tecnico e blindare le ambizioni d’alta classifica in un campionato sempre più competitivo ed esigente.