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Se Allegri parla di cuore non è più la Juve

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Massimiliano Allegri e le dichiarazioni dopo la sconfitta contro il Maccabi: a parlare di cuore non è più la Juve

Per molti tifosi, che pure l’hanno sempre supportato ma l’hanno sopportato poco, Massimiliano Allegri non è colpevole della serata terribile in Israele. Non è lì che si devono rintracciare le massime responsabilità perché arrivano da molto più lontano. Tralasciando gli estremisti che pensano che non abbia meriti se non quelli di avere ereditato la macchina lanciata di Conte, i più ritengono che il suo ciclo fosse finito col suo ultimo anno vincente. Troppa la delusione del mancato assalto al cielo europeo con l’acquisto di Cristiano Ronaldo per non dargli una patente d’inadeguatezza europea. Una bocciatura – anche questa con tratti radicali – che portava addirittura a dimenticare il passato antijuventino di Sarri in nome della filosofia del bel gioco. Peraltro, non era una posizione fuori dall’ordine delle cose, visto come in società si è promossa la scelta rivoluzionaria, per poi abbandonarla “nonostante” uno scudetto.

Ce ne sono altri che ritengono che già l’Allegri dell’anno scorso avesse fornito abbondanti prove di un’involuzione, tanto da produrre una stagione senza successi, senza neanche un trofeo nonostante due finali giocate. E quel che è peggio, senza che emergesse ciò che invece il mister sosteneva nel corso di quella lenta rimonta che ha portato al raggiungimento del quarto posto: l’aver posto delle basi per edificare una nuova Juve.
In tal senso, è stata letta la costruzione della Juventus 2022-23. Da quasi tutti, anche da parte di chi avrebbe voluto il quarto cambio in panchina in 4 anni, dimenticando che non è esattamente così che si comporta una società forte. Qual è stata quasi sempre la Juve, salvo rari momenti. Quelli nei quali proprio i cambi – e massimamente quelli in corsa – erano la spia di una debolezza o di una spaccatura del gruppo dirigente. La Juve di Pogba e Di Maria; la Juve di tanti giovani che potevano crescere senza imbarazzi; la Juve di una campagna acquisti non banale per entità numerica delle operazioni; la Juve che aveva anticipato la concorrenza prendendo a gennaio Vlahovic. Insomma, non si doveva essere per forza Allegriani per riconoscere che la Juve era tornata e aveva le carte in regola per essere in corsa su tutti gli obiettivi in primavera. Che è il programma societario da sempre, il paradigma di ogni valutazione.

Lo shock attuale, quel sentimento di vergogna ammesso da Andrea Agnelli con connessa chiamata in correo di tutta la società, dal primo all’ultimo, è ancora più profondo del pochissimo che si è visto nella disfatta col Maccabi Haifa. Contiene dentro di sé tutti i nodi irrisolti precedenti e – come tutti gli shock – produce anche effetti distorsivi di negazione della realtà. Che è più grave dell’epoca Delneri, perché lì c’era un’idea concreta e gioiosa di futuro – la costruzione dello Stadium – e perché non si avvertiva questo disagio a questo punto della stagione. Fare quadrato con l’allenatore, all’epoca, significava compattare una dirigenza che aveva iniziato un cammino, costruire fondamenta solide e – sul piano tecnico – valutare giocatori (Bonucci, Chiellini, Marchisio e via discorrendo) che l’anno dopo con Antonio Conte avrebbero dimostrato tutto il loro valore.

Maccabi Haifa-Juventus è il momento più grave, un salto di qualità nella crisi. Banalmente perché arriva dopo Monza e Milan e ogni passo indietro è sempre il più grave. Più specificamente, perché Allegri ha parlato di «cuore e passione» prima e dopo la gara. Se il fine era occultare gli errori macroscopici di formazione, di tattica e di cambi in corsa è comprensibile, l’effetto è che ci troveremo a valutare la Juve del futuro immediato su un concetto che punta a responsabilizzare – fino alla colpa – i giocatori e che non appartiene alla Juve, dove il cuore non è mai stato un valore richiamato perché è semplicemente una condizione naturale per vivere. Quando lo si è fatto, lo ha fatto chi lo incarnava col linguaggio del corpo – Antonio Conte -, lo aveva messo in campo come giocatore prima e sentiva che così facendo avrebbe funzionato da defibrillatore non di una squadra, ma di un popolo che il cuore non lo sentiva battere da un po’ di tempo.
In tutta la scorsa annata, Allegri non ha mai utilizzato il termine a proposito della squadra. In coerenza con la risposta che diede Andrea Agnelli alla conferenza stampa di presentazione per il ritorno di un mister vincente: «Non è una scelta di cuore, pensiamo che sia l’allenatore giusto e con le giuste competenze per scrivere un nuovo capitolo della storia della Juventus».

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