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Andrea Fortunato, talento, passione e quella promessa non mantenuta

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Andrea Fortunato aveva tutto per diventare l’erede di Antonio Cabrini alla Juventus, ma purtroppo il destino aveva un altro piano per lui

Andrea Fortunato correva veloce, divorando il campo con la passione di chi ha fretta di prendersi il futuro. Intanto aveva già tutto: fama, bellezza e una carriera in rampa di lancio alla Juventus. Ma la malattia – terribile e fulminante – gli tolse prima il campo, poi sogni e speranze, ad appena 23 anni. Esplose al Genoa e sbarcò a Torino voluto da Trapattoni, con l’etichetta del nuovo Cabrini che da subito rifiutò. In campo era già potenza, eleganza e personalità, una forza della natura che si prese con naturalezza la maglia da titolare bianconera e quella azzurra (una sola presenza). Poi un lento declino fisico e di prestazioni che a posteriori è facile identificare con i primi sintomi della malattia, ma non sul momento.

Fu sommerso dalle critiche e molti fraintesero, considerandolo frivolo e dedito alla bella vita, mentre lui senza saperlo stava già combattendo una battaglia disperata contro la leucemia. L’ultima partita nel ’94 a Piacenza, poi l’altra contro un destino beffardo. Dopo undici mesi terribili a Perugia per curarsi torna al seguito dei compagni a Genova contro la Samp, si allena addirittura con i giocatori del Perugia. «Andrea ce la sta facendo» gira voce nello spogliatoio juventino, e i compagni lo sommergono di telefonate e messaggi di sostegno. Lo aspettano tutti, ma Andrea non torna, per colpa di una maledetta polmonite che lo porterà via il 25 aprile del ’95. Le parole del capitano Vialli, distrutte dal dolore nella cattedrale di Salerno, lo salutano così per l’ultima volta. «Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato».