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Conte: «Ho vinto tutto da calciatore. Scudetto? Per 9-10 anni non c’era storia»

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Antonio Conte parla della sua carriera e della vittoria dello Scudetto con l’Inter. Ecco le dichiarazioni dell’ex tecnico

Antonio Conte parla della sua carriera ai microfoni di DAZN nel corso di “Linea Diletta”.

CARRIERA – «Io ho avuto moltissimi infortuni durante la mia carriera. Ma mi hanno temprato molto, mi hanno dato la forza di reagire, di far si che l’evento negativo accumulasse cattiveria, ma una cattiveria di quelle giuste. Sono sempre pronto a superare le difficoltà. Da calciatore ero uno bravo. Da calciatore ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Nella mia carriera, sia da calciatore che da allenatore, ho vinto tanto pero ho perso anche tanto. Quando perdi alcune partite, comunque dentro ti rimane una “cattiveria” che ti porta a non voler più rivivere quel momento e a fare di tutto per cercare di trasferire anche questo ai calciatori che a volte hanno difficoltà a capire da dove arriva questa “cattiveria”. Sicuramente deriva dalle cicatrici, che si sono rimarginate, ma diciamo che non ne vuoi altre, ecco».

INTER TRICOLORE – «Una cosa che mi riconoscono i calciatori è che è meglio una brutta verità che una bella bugia. Su una brutta verità costruisci, anche se al momento il calciatore o la persona che lavora con te ci può rimanere male. Ma alla fine apprezza perché una brutta verità porta a un ragionamento, una riflessione e poi ad un miglioramento. I ragazzi sono maturati. È inevitabile che sono all’inizio. Per tantissimi è la prima volta ad aver vinto qualcosa di importante in carriera. Però come dico sempre, quando inizi a vincere poi la vittoria ti deve entrare nel cervello. Dev’essere tua. E sai che per vincere a volte devi esasperare alcune situazioni. I ragazzi sono stati veramente bravi. Tutti loro stanno iniziando un percorso da vincenti. Non solo hanno vinto un campionato italiano, ma hanno vinto un campionato che per 9-10 anni aveva avuto solo una storia. E il fatto che abbiano realizzato questa impresa è un grande merito».

TRAPATTONI– «Un secondo papà per me. Posso dire che se non ci fosse stato lui difficilmente avrei avuto una carriera così lunga, ben 13 anni, alla Juventus. Ricordo che mi volle lui a 21 anni, quando giocavo nel Lecce, e quando arrivai a Torno nel ’91 vivemmo una stagione tremenda. La prima volta che giocai titolare, siccome non giocavamo le coppe europee quell’anno, fu in una delle amichevoli internazionali che disputammo durante la stagione. Eravamo contro il Monaco, io sbagliai un retropassaggio a Tacconi e perdemmo 1-0. Ricordo che il titolo sulla Gazzetta (“Nel principato sbaglia il Conte”) mi uccise dal punto di vista psicologico. Il giorno dopo, mi trovai di fronte Trapattoni che mi tranquillizzò e mi disse di non pensare più all’errore del giorno prima. Mi prese a cuore, sotto tutti i punti di vista. Ogni fine allenamento mi teneva per un tempo extra insieme a Sergio Brio per migliorare la mia tecnica individuale. Lui è una di quelle persone che ti conquistano, perché è una persona che ha vinto tutto in carriera e in allenamento ancora perde tempo con il primo ragazzino. Sono cose che ti danno una forza incredibile, ti fanno sentire importante. Se una persona di quel calibro perde il suo tempo con te, vuol dire che ti ritiene importante».

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