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Allegri prigioniero del suo 4-2-3-1, ma così la Juve non va da nessuna parte

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La dura realtà del 4-2-3-1, tanto caro ad Allegri: così la Juve non va da nessuna parte. E lo ha dimostrato prima contro il Tottenham e ora contro la Spal

Dodici vittorie consecutive in campionato non verranno cancellate da nessuno: i punti rimangono, le prestazioni granitiche pure, i meriti di Massimiliano Allegri anche. La Juve si è fermata a Ferrara ed è uno stop assolutamente da considerare fisiologico. Il tour de force del 2018 in campionato, Champions League e Coppa Italia era prevedibile che lasciasse delle scorie, anche minime. La Spal ha messo in campo ordine, idee e organizzazione da squadra che sicuramente riuscirà a rimanere in Serie A. Ma nel pareggio del Mazza sono emersi tutti i limiti della Juve. Limiti, che sotto il profilo del gioco, si sono visti anche nelle vittorie (emblematico il colpaccio dell’Olimpico contro la Lazio). Limiti che sono emersi, impietosi, con il passaggio al 4-2-3-1. Una scelta che, naturalmente con il senno di poi, non ha pagato. Allegri ha rischiato e ha perso la battaglia. Ma per fortuna non ha perso la guerra e va bene così: c’è tempo per rimediare e la Juve, nonostante i difetti mostrati, è ancora lassù. A godersi il panorama, con il Napoli costretto a dover rincorrere.

A Ferrara si è vista una Juve debole. Fragile a centrocampo e senza spunti in attacco. Ma è soprattutto la mediana il grande problema. Con il 4-2-3-1 Pjanic e Matuidi non possono bastare. Dybala è costretto a rinculare in maniera eccessiva e così l’imprevedibilità bianconera negli ultimi sedici metri si dissolve. Irrimediabilmente. Non è un caso che Schiattarella abbia fatto il bello e il cattivo tempo. Non è un caso che Grassi abbia toccato una marea di palloni in una gara che, alla vigilia, non lo lasciava certo ben sperare. Quello di Ferrara è un film già visto nella gara d’andata contro il Tottenham in Champions League, con Khedira e Pjanic finiti nel vortice dello strapotere tecnico e fisico degli Spurs. E allora, perché abbandonare il 4-3-3, il modulo che fino a questo momento ha contraddistinto le vittorie di ferro della Juve 2017-2018? Perché abbandonare uno schieramento che ha permesso ad Higuain di essere spietato?

Il motivo di Allegri è uno soltanto: Dybala, nel 4-3-3, non lo convince. Max pretende che la Joya venga a prendere palla sulla linea dei centrocampisti, senza soluzione di continuità. Vuole che rimanga a gravitare fuori dall’area di rigore, esige che Paulo diventi il primo regista della manovra offensiva. Ma così non va. Perché questa Juve non è fisicamente in grado di reggere il 4-2-3-1. Lo aveva già dimostrato nel secondo tempo di Verona contro l’Hellas, quando l’ingresso di Bernardeschi aveva diminuito le risorse della mediana. Poi, al 4-2-3-1 che non funziona, vanno chiaramente aggiunte le responsabilità dei singoli: Pjanic non sta bene e ha bisogno di riposare, Mandzukic viaggia a scartamento ridotto, Khedira accusa i primi segni dell’età che galoppa e gli infortuni di Cuadrado e Bernardeschi non garantiscono ricambi continui in attacco. Così non si va da nessuna parte, ma la soluzione è nelle mani di Allegri: 4-3-3 subito. Senza esitazioni. Magari con Marchisio, quando manca uno fra Pjanic, Matuidi e Khedira. Altrimenti il 4-2-3-1, plasmato dal tecnico l’anno scorso, rischierà ben presto di diventare il primo nemico della Juve.