Ilyas Zeytulayev «Gasperini pronto per la Juve»

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Intervista a Ilyas Zeytulayev, attaccante uzbeko che vinse due volte Viareggio ed esordì sostituendo Del Piero

Di quella squadra era uno dei più promettenti. Era la leva dei vari Mirante, Gastaldello, Konko, Oliveira e Palladino. Quella dei due tornei di Viareggio vinti consecutivamente. Lui, Ilyas Zeytulayev ci mette un’impronta decisiva nella finale del 2003: “Si infila con una serie di finte e controfinte in area, inventa un doppio passo ad eludere i difensori per poi andare al traversone rasoterra per il piattone di Chiumiento che non poteva fallire l’appuntamento così facile”, così scriveva La Stampa quel giorno. Poi qualche assaggio di A, ma con la Juventus e con il grande calcio in generale le cose non gli vanno come dovrebbero andare. Ci spiega direttamente lui il perchè.

Ilyas, come sei arrivato dall’Uzbekistan fino alla Juventus?
E’ successo tutto nel 2001, io avevo 17 anni. Prima giocavo a Mosca, in un’accademia che raccoglieva tutti i giovani più promettenti dall’ex Unione Sovietica, andavamo a fare tornei in giro per l’Europa e la Juve si è interessata a me. Così d’estate sono arrivato a Torino per un provino, assieme a Budjanskij. Ci hanno tenuto per 20-25 giorni, valutando attentamente tutto, anche e soprattutto l’aspetto comportamentale.

E poi?
Mi hanno aggregato alla Primavera di Gasperini. Solo in Italia ho capito cos’è veramente il calcio. Tutti gli esercizi erano centrati sulla tattica e sul collettivo. Eravamo un bellissimo gruppo, tutti molto legati. Se dovessi dire i due compagni che mi stupirono di più, faccio due nomi: Davide Chiumiento e Konko, fortissimi tecnicamente.

Gianpiero Gasperini ti ha portato poi con sè anche nelle sue esperienze con Crotone e Genoa. Avevate un rapporto molto stretto?
Per me è stato un grande maestro, da lui ho imparato tantissimo a livello calcistico. Aveva un modo di lavorare completamente diverso. Usava tantissimo la palla, per continui allenamenti situazionali, poi alla fine interrompeva l’esercizio per intervenire nello specifico. Con me parlava sempre dei movimenti che dovevo fare in area e di come fintare il tiro per poi scaricare dietro. Era avanti di 2-3 anni rispetto agli altri.

Tra l’altro è uno dei nomi che si fanno per il dopo Allegri sulla panchina della Juve.
Io non lo vedo da tanti anni, immagino ora sia diventato ancora più forte come allenatore. Ha davvero una personalità fortissima, sa come gestire certi campioni e riesce a creare gruppo. Se i giocatori lo seguono penso sia pronto per un ambiente ultra-competitivo come la Juve.

Cosa non ha funzionato invece nel tuo prosieguo alla Juventus?
Ho capito purtroppo troppo tardi che cosa vuol dire far parte della Juventus. Per guadagnarti la fiducia ci metti tanto, per perderla basta un attimo. Ho accolto i consigli delle persone sbagliate, ma la responsabilità fu totalmente mia. Moggi mi aveva detto che era giusto che io proseguissi con la Juve, per il mio bene avrei dovuto ascoltarlo. Invece ci siamo fatto illusioni su un possibile ritorno in Russia ed è stato come uscite dall’autostrada: non puoi più tornare indietro.

Invece rimani in Italia e passi in comproprietà alla Reggina…
Si, naturalmente la Juventus aveva tutte le carte a posto, quindi mi hanno trasferito poi un anno e mezzo alla Reggina di Mazzarri. Anche se in realtà, fra il processo per i problemi contrattuali e la rottura dei legamenti della caviglia, per me il tempo effettivo fu molto meno. Però l’esordio al “Delle Alpi” proprio contro la Juve fu un’emozione pura.

Poi la serie B…
Sì, sono andato prima al Crotone e poi al Genoa, seguendo gli spostamenti di mister Gasperini. Qui ho giocato anche con Juric, l’attuale allenatore dei rossoblù. Parlavamo molto in campo perchè lui giocava nel centro sinistra e io ala nel 3-4-3. Dopo passai al Vicenza, dove però ho giocato pochissimo, tra errori miei e guai muscolari. Pur di giocare mi son trasferito in Lega Pro. A Lanciano ho trovato la dimensione giusta ed è qui che ho conosciuto mia moglie.

Fino ad arrivare ai campi dell’Eccellenza abruzzese…
Nel mezzo ho ancora avuto un’esperienza nella serie B croata con l’HNK Gorica, poi a 33 anni ho deciso di lasciare il calcio. Il Cupello calcio mi ha però proposto di giocare con loro in Eccellenza e di allenare le giovanili, allora ho accettato. Anche mio padre era allenatore di calcio e voglio insegnare ai giovani a non fare gli stessi errori che ho commesso io.

Ovvero?
Un giovane calciatore deve avere un percorso regolare e crescere pian piano, come le piante. Il modello da presentare in questo senso è Claudio Marchisio. Molto spesso invece, dopo un tot di presenze nelle giovanili e in serie A o B, fa affidamento su qualcuno che gli propone subito un’ ingaggio in una grande squadra, magari in un campionato totalmente diverso. Subito ci guadagna, ma facendo panchina non cresce e si rovina la carriera.

Fino dove può arrivare questa Juventus?
Con Conte è tornata ai grandi livelli di un tempo. Allegri, da grande allenatore, è riuscito poi a dare continuità e tutta la società sta lavorando molto bene. Penso che comunque ci siano ancora dei possibili margini di miglioramento.

Un ultimo aneddoto dei tempi alla Juve?
Allora, c’era un mio compagno paraguaiano, Tomas Guzman, che un giorno mi regalò la Bibbia, consigliandomi vivamente di leggerla. Per me fu un mezzo-shock, non capivo cosa c’entrasse il calcio con la religione. Quando ci incontrammo anni dopo, io al Crotone, lui al Piacenza, mi continuava a chiedere se l’avessi letta. Io gli rispondevo di sì solo per farlo contento, finchè poi non mi sono deciso davvero ad aprire la Bibbia. E’ stato l’inizio di un percorso che per me ha rappresentato un grande cambiamento. Con la Fede ora sono una persona migliore e grazie alla Fede avrei potuto evitare gli errori che ho commesso nel passato. É quella la via da seguire.

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