Marco Caneschi racconta la nuova edizione del libro “La Juventus spiegata a mia figlia”

La Juventus spiegata a mia figlia
© foto www.imagephotoagency.it

Il giornalista aretino è l’autore di un libro che descrive a 360° il suo amore per la Juve ed il suo tentativo di trasmettere alla figlia questa passione

A due anni di distanza dalla prima edizione risalente al 2015, torna in libreria “La Juventus spiegata a mia figlia” del giornalista e scrittore aretino Marco Caneschi. Il libro viene riproposto con alcune aggiunte dall’editore Ultra Sport e presenta una quarantina di pagine in più rispetto alla versione precedente.

JUVE SIGNIFICA FELICITA’ – Per un padre non esiste cosa più bella al mondo che vedere sua figlia felice. Lo stesso vale per Marco, protagonista e scrittore del libro, il quale si accorge che l’ultima cosa che gli è rimasta per essere felice è la passione juventina e si rivolge alla figlia di nove anni dicendole: “Al momento non ho altro da regalarti, se non la Juve”. «Quando ci si rivolge ai figli piccoli – racconta Marco – lo si può fare soltanto utilizzando il vocabolario del gioco, nel mio caso il gioco del calcio e per me il calcio e la Juventus sono una cosa sola. Il messaggio che mando a mia figlia è proprio questo: io le do la possibilità di scegliere una strada verso la felicità e le chiedo di farne un buon uso, ma la rendo consapevole che la passione per la Juventus può rappresentare un motivo di felicità autentico. Quale altra squadra di calcio, infatti, può rappresentare unicità e miti come la Juventus? Nessuna. L’unica squadra nata in un liceo classico in una città storicamente importante come la Torino sabauda, tanto per sottolineare subito una questione di lignaggio, capace dal 1897 di forgiare miti che ancora contraddistinguono il linguaggio giornalistico, sportivo e il costume nazionali». Ecco in anteprima un estratto del libro che lo spiega al meglio. Ma c’è una cosa che rende davvero unica la Juve: la sua capacità di forgiare miti. Perché se ancor oggi uno dice Combi-Rosetta-Caligaris dà immediatamente avvio a un processo evocativo che porta a Zoff-Gentile-Cabrini? Perché per dare il senso di difese imperforabili, e per estensione di squadre imbattibili, si citano i primi tre giocatori di due Juventus lontane nel tempo ma indissolubilmente unite? Perché si usa ancora la metafora della “zona Cesarini” per indicare un gol segnato mentre la partita sta per concludersi? Chi era Renato Cesarini se non uno dei fuoriclasse della Juve del quinquennio d’oro? Perché, nelle bustine e negli album delle figurine Panini, che dopo Pinocchio, Gian Burrasca e la «Domenica del Corriere» sono state il trait d’union degli scaffali di tutte le case d’Italia, ha campeggiato il gesto atletico di Carlo Parola, una rovesciata compiuta il 15 gennaio 1950 all’ottantesimo minuto di un Fiorentina-Juventus? Quel “volo in cielo, una respinta in uno stile unico” che un fotografo ebbe la fortuna di immortalare ha portato la Juventus in oltre 200 milioni di copie, ma fermarci al dato numerico sarebbe riduttivo: ha portato l’Italia e il suo gioco più bello in ogni angolo del pianeta, visto che quel volo in cielo è stato accompagnato da didascalie in greco, cirillico, arabo e giapponese.

LE AGGIUNTE – Come già anticipato, la nuova edizione del libro presenterà circa 40 pagine in più rispetto alla precedente e tali aggiunte toccheranno principalmente la tragedia dell’Heysel e il triennio di Allegri: «Dell’Heysel – prosegue Marco – ho puntualizzato due aspetti. Il primo è relativo alla posizione di Boniperti, il quale, quando la Uefa impose di giocare quella partita, decise che tutti avrebbero dovuto essere realisti fino in fondo e che quella partita, allora, valeva. Il secondo, invece, riguarda la dichiarazione di Platini che, alla domanda della scrittrice francese Marguerite Duras in merito al valore di quella finale vinta nonostante la tragedia, rispose: “Quando cadono gli acrobati, entrano in scena i clown”. Fu una risposta emblematica, tant’è che la scrittrice chiuse il suo taccuino e strinse la mano a Platini: non c’era nient’altro da aggiungere. In merito al triennio allegriano, invece, ho voluto raccontare in maniera ottimistica anche il finale nonostante Cardiff riconducendomi di nuovo a mia figlia, la quale il giorno dopo della finale, vedendomi depresso, prese il mio cellulare e fece partire l’inno della Juventus, cantandone il ritornello: per me fu un motivo di felicità. Anche grazie a lei, il finale del libro è stato scritto in ottica positiva, con una speranza ed un nuovo punto di partenza: Road to Kiev».

Articolo precedente
schickShick, un’altra sorpresa: pronto il rinnovo con la Samp?
Prossimo articolo
Juve-Psg: i parigini battono i bianconeri solo alla Play