Paulo Sousa: «Sogno di allenare la Juventus, ma non grazie ad Agnelli»

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© foto Mg Milano 19/02/2017 - campionato di calcio serie A / Milan-Fiorentina / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Paulo Sousa

Paulo Sousa: «Sogno di allenare la Juventus, ma non grazie ad Agnelli». Le dichiarazioni dell’ex bianconero, oggi al Bordeaux

Paulo Sousa, ex centrocampista della Juventus ed attuale allenatore del Bordeaux, è stato intervistato da Tuttosport.

RIPRESA – «Non chiedetelo a me. E’ una domanda che dovete porre agli epidemiologi e a chi ha la competenza per decidere. Credo che si debba tornare a giocare solo se ci sono le condizioni per farlo. E credo che non debbano essere solo i medici a consigliare la politica sulle decisioni da prendere, ma anche sociologi e psicologi, perché la situazione è complessa: c’è un problema con il virus e un problema con le vite di miliardi di persone».

STIPENDI – «Credo che se questo si inserisce in un contesto di aiuto alla collettività sia giusto, anzi doveroso. Noi calciatori e allenatori siamo dei privilegiati e lo siamo due volte: abbiamo trasformato la nostra passione di bambini in un lavoro e per svolgerlo veniamo pagati non bene, ma benissimo. Tutti andremo incontro a delle rinunce ed è giusto che le facciamo anche noi».

SARRI – «Una scelta coraggiosa da parte della Juventus, ma un’ottima scelta. E’ un eccellente allenatore, che secondo me ha già lasciato una sua impronta nel calcio: per il gioco che propone e per il suo modo di essere. Personalmente è sempre stato bello affrontarlo, perché è un allenatore che ti stimola un pensiero calcistico superiore. Credo che sia anche un vincente, come ha dimostrato al Chelsea».

CHIESA – «Avevo notato fin dalle partite di allenamento contro la Primavera il suo modo di giocare. E mi aveva colpito. Non solo per le qualità tecniche e fisiche, ma per come, nonostante la giovane età, avesse la forza di volontà di crescere e di alzare sempre il suo livello. Oltretutto, è uno che spinge a chiedere lo stesso al gruppo, è un trascinatore insomma. E mi è piaciuto anche il modo con cui ha affrontato il passaggio in prima squadra. Sono convinto che diventerà un campione, ne ha tutte le qualità e le caratteristiche, e se dovesse approdare in un grande club come la Juventus, ne trarrebbe ancora più vantaggio perché amplierebbe il suo raggio di ispirazione e, a contatto con altri campioni di alto livello, potrebbe ispirarsi e imparare. Lui è un tipo che ama imparare, lo vedrei bene in un grande club».

BERNARDESCHI – «È un grande giocatore e diventerà un giocatore di alto livello. Ha una bella personalità, è un ragazzo molto sensibile e ha qualità immense, che lui deve trovare in se stesso. Alla Fiorentina ho deciso con lui un percorso, l’ho messo sulla fascia perché secondo me da quella posizione può allargare la sua visione del campo. Dalla fascia può fare alle ultime linee avversare, perché sa saltare l’uomo e ha una potenza fisica che gli consente qualsiasi soluzione: il tiro in porta, il cross, l’assist, Fede, credici, sei un grande campione».

CRISTIANO RONALDO – «Cristiano Ronaldo mi sembra Cristiano Ronaldo. Quel giocatore pazzesco che continua ad essere. Sembra infinito, no? Forse lo è. Ho visto i numeri: è il capocannoniere della squadra, ha segnato più di tutti gli attaccanti e i centrocampisti messi insieme, cerca sempre di aiutate la squadra a vincere e di essere il protagonista. (…) Quando la Juventus lo ha preso ho pensato: sono fatti l’una per l’altro. Stessa cultura del lavoro, stessa mentalità, stessa organizzazione finalizzata a un solo obiettivo: vincere».

RONALDO ALLA JUVE – «Credo che Ronaldo abbia preso la migliore decisione della sua carriera, in questo momento della sua vita, con un club che è tornato a primeggiare nel mondo e che lui può aiutare a vincere». 

ALLENARE LA JUVE – «Ho sempre sognato una squadra che mi consentisse di allenare campioni e di provare a vincere. E la Juventus lo è senza dubbio. Ma non vorrei, mai e poi mai, arrivare alla Juventus per l’amicizia con Agnelli. (…) Mi piacerebbe un giorno meritare quella panchina perché credono che io possa dare qualcosa».

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