Pietro Anastasi, il ritratto di quel giovane che diventò un’icona del Sud

Il ritratto di un giovane Pietro Anastasi ancora lontano dal grande calcio. L’attaccante di talento che rese orgogliosi i siciliani al Nord

I campi di calcio sulle pendici e ai piedi dell’Etna sono pieni di cenere. Quando il vulcano va in eruzione, alza la gran fumata e gli sterrati diventano neri. Il fondo talvolta è duro, irregolare, una pietra: lavica, ovviamente. E forse oltre cinquat’anni fa era pure peggio, anche se la voglia di rincorrere un pallone per strada era più diffusa rispetto ai giorni nostri. E certamente più autentica, passionale e umana.

La tecnica, Pietro Anastasi, non l’aveva potuta perfezionare a pieno da bambino, in assenza di strutture idonee a Catania già per quei tempi. L’istinto lo aveva allenato per strada, il talento – sicuramente puro – era venuto fuori in poco tempo, in quei rettangoli di gioco in cui era necessario avere intuito per controllare il pallone. La fortuna, come spesso accade nelle storie di calcio, l’aveva invece incrociata per caso. Davvero.

«Petru u tuccu» (in perfetto dialetto catanese, che sarà trascritto in una forma più italianizzata «Pietru o Pietruzzu u turcu») all’Oratorio di San Filippo Neri era un bambino come tanti, innamorato del pallone. Un po’ scuro di carnagione, è vero. Ma l’origine del suo soprannome – dato da alcuni compagni già da adolescente – sarebbe da associare a un modo di dire diffuso in gran parte della Sicilia di fronte a qualcosa di straordinario: «cosi turchi” (tradotto «cose turche»).

Effettivamente, quel giovane, aveva una genialità sorprendente con il pallone tra i piedi. Nelle giovanili della Trinacria – una piccola società nata all’interno del mercato ortofrutticolo – aveva potenziato il carattere, oltre che il fisico. Ed era stato un vero affare per la Massiminiana dei fratelli Massimino, che lo aveva pescato a 17 anni in rampa di lancio. L’aneddoto è curioso: alcuni di quelli che sarebbero diventati in futuro suoi compagni di squadra, lo avevano visto giocare alla Plaia di Catania, sul mare. A piedi nudi come tutti gli altri, lui aveva una marcia in più e allora decisero di consigliarlo subito al presidente Massimino, che comprò il suo cartellino per 100 mila lire.

Di famiglia umile, numerosa, che viveva in una piccola casa in periferia, nel quartiere di Zia Lisa, nei pressi della zona industriale di Catania. Ma in Sicilia si dice che una casa può ospitare tante persone quante ne ha a cuore il capofamiglia: pochi grilli per la testa e via a lavorare per dare forma ai propri sogni, mattone su mattone. Mettendo nel conto che un giorno, magari, avranno ragione tutti quelli che ci son passati e ora esclamano delusi: «di pallone qua non si mangia, cercati un lavoro».

LA SVOLTA

La prima esperienza di Anastasi nel calcio dei grandi richiede pazienza. Si allena con intensità al campo di Fontarossa (a ridosso dell’aeroporto di Catania), s’impegna ma gioca poco perché il suo allenatore teme si possa bruciare presto. Non demorde. E nella stagione successiva, 1965-66, diciottenne, Petruzzu è la rivelazione del campionato interregionale.

La Massiminiana ha ambizione ma è anche la squadra più giovane del girone F del campionato di Serie D. Le aspettative sono tutte intorno ai giocatori più rappresentativi: tra gli altri Di Pietro, Puliafito, Bongiovanni, Prenna, Samperi, quest’ultimo già del Catania che milita in Serie A. Petruzzu si fa largo partita dopo partita e diventa il giocatore più temibile di quella squadra, chiuderà la stagione addirittura da capocannoniere.

La maglia che indossa è giallorossa, i colori sociali della Massiminiana: giallo come il sole di Catania, rosso come il fuoco dell’Etna. Il simbolo è quello della città: l’elefante. Anastasi diventa ben presto una macchina da gol, grazie a una rapidità d’esecuzione che fa paura. La squadra di Lorenzo Vellutini – ex portiere del Messina che s’intrattiene sempre un po’ di più in allenamento con i propri attaccanti per parargli qualche tiro – giunge al termine della stagione in testa alla classifica: centra la promozione in Serie C, che inseguiva già da qualche anno, trascinata dal quel ragazzino.

Il goal più bello dell’anno, contro la Folgore Castelvetrano: «l’aletta catanese» si legge nella cronaca di quel match «liscia di stacco Lisi portandosi la palla di tacco ed entrando in area tutto solo. Il suo tiro è un miracolo di precisione e potenza: palla dal sinistro al destro in piena velocità e, colpita di piatto, la palla passa tra le mani protese di Bosi e il palo sinistro».

L’incontro col destino giunge però all’ultima partita di campionato. La Massiminiana ospita l’Enna, con la quale si trascina da tempo un flirt di mercato: lo scambio Anastasi-Cannarozzo proposto da Massimino in tempi non sospetti e rifiutato dagli ennesi che intendono cedere il cartellino del loro giocatore solo in cambio di soldi. Adesso, però, Petruzzu è in un momento di grazia e sembra l’uomo giusto su cui puntare per programmare una stagione di vertice per l’anno a venire nel capoluogo ennese.

I contatti in realtà si tengono da tempo. La gara d’andata a Enna viene rinviata per nebbia, in una delle classiche domeniche invernali in cui la ridotta visibilità allo Stadio Gaeta rende impraticabile il campo. Il segretario gialloverde, Salvatore Iannello, forte del buon rapporto della sua presidenza con Angelo Massimino, lo avvicina con fare elegante: «Anastasi, il prossimo anno viene da noi?». Lui risponde con l’ingenuità e l’ironia del giovane che pensa solo a giocare: «Direttore, ma quì la porta si vede?». Un catanese non può certo saperne molto di nebbia, un futuro varesino o torinese forse sì.

La partita con l’Enna nel girone di ritorno, all’ultima giornata di campionato, si gioca al Cibali: si tratta del momento più atteso della stagione, perché la Massiminiana è davanti al Paternò di una sola lunghezza. Anastasi mette a segno due delle quattro reti catanesi e manda letteralmente in bambola il «barone» Caccamo, il difensore più navigato e temuto di quel campionato, che avrebbe voluto marcarlo a uomo ma non riuscirà minimamente a stare dietro alla sua dinamicità.

Nessuno immagina, però, che tra quei 28 mila spettatori che festeggiano la promozione in Serie C della Massiminiana c’è anche il direttore sportivo del Varese, Alfredo Casati, che il giorno prima ha affrontato il Catania in una scialba partita di fine stagione tra due squadre già virtualmente retrocesse dalla Serie A alla Serie B.

Il dirigente lombardo torna allo stadio perché cede il suo posto in aereo a una donna incinta che incontra in aeroporto, in lacrime, alla ricerca disperata di un volo per Milano. Di rientro in albergo, si lascia trasportare da un barista che gli consiglia di andare a vedere la partita della Massiminiana «perché ha un ragazzino che è un vero portento». Alla fine di quel match si presenterà negli spogliatoi e cambierà la vita a Petruzzu.

E’ proprio questo il momento in cui si nasconde la chiave più significativa della futura icona meridionale. Pietro Anastasi, che sarà presto il «Pelè bianco», non si trasferisce al nord per bisogno ma per talento, e questo filo sottile sarà per sempre motivo d’orgoglio per i tanti siciliani che hanno dovuto lasciare la loro terra per fare fortuna al nord.

Dicono gli anziani più scafati del calcio isolano: «se vuoi fare successo nel calcio, devi fare bene un anno qua da noi, al Sud, in Interregionale (il campionato di Serie D), devi fare le trasferte con il traghetto (perché le squadre siciliane giocano contro quelle calabre e campane). Se hai talento, al secondo anno spicchi il volo. Pensa a Pietro Anastasi…». Oggi, in realtà, la prima attività scouting delle società professionistiche si è abbassata intorno ai 13-14 anni. Il mondo del calcio si evolve.

PIETRO ANASTASI E IL SUO AMORE PER LA JUVENTUS

Due anni, comunque, bastarono a «Petruzzu u turcu» per brillare anche a Varese riportando i lombardi in Serie A, oltre che per conoscere la futura moglie e farsi apprezzare da Gianni Agnelli, specie dopo che aver segnato una tripletta contro la Juve. Nell’estate 1968, quando sembrava destinato all’Inter, l’Avvocato chiuse una trattativa lampo: 660 milioni più una fornitura di motorini per i frigoriferi prodotti dall’azienda di Giovanni Borghi, presidente del Varese.

In bianconero, oltre che in Nazionale, trascorrerà gli anni più belli della sua vita calcistica: era juventino da sempre, conservava gelosamente la foto scattata con John Charles mentre faceva il raccattapalle al Cibali. Al Comunale di Torino, invece, da avversario con la maglia dell’Ascoli, la sua centesima rete sarà celebrata dal popolo juventino con un applauso pieno d’amore. Ma di questo, e molto altro, raccontano già abbastanza le cronache nazionali e le immagini in bianconero e nero.

Il Calcio ha perso un simbolo, l’Italia ha perso un grande uomo, la Sicilia ha perso un figlio che l’ha resa nobile.