Sconcerti: «Il mondo della Serie C è una delle malattie del calcio da decenni»

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Sconcerti: «Il mondo della Serie C è una malattia del calcio da decenni». Il giornalista spiega il suo parere a riguardo

Mario Sconcerti ha parlato durante la trasmissione Stadio Aperto in onda su TMW Radio facendo un analisi generale sulla situazione calcistica in emergenza Coronavirus.

DIACONALE-REZZA – «Il polverone l’ha fatto la comunicazione, non Rezza. Il parere di una persona è sempre personale, se glielo chiedi. Se quello poi fa chiaramente una battuta, sottolineando il suo tifo romanista, che deve fare? Rezza è stato strumentalizzato dai laziali, in primis Diaconale che gli ha detto di pensare a fare i vaccini. Questo dimostra che siamo impreparati e vediamo il virus come una battaglia tra squadra, il che è indice di seria inciviltà. Su quando si potrà riprendere nessuno può dare una data, l’ideale sarebbe quindici giorni dopo l’ultimo contagio, o quando si arriverà ad un numero considerato accettabile. Mi interessa poco sapere se si può o no giocare a calcio, la cosa paradossale e quasi scandalosa di questa situazione è che sia una discussione quasi solo tra presidenti, nessuno ha chiesto mai alla gente come preferirebbe, discutendo come se il calcio fosse loro e non si reggesse sui soldi della gente. Almeno le altre aziende in difficoltà, si confrontano con le situazioni delle altre aziende. Cercano di rispettare la clientela, qui della gente non frega niente a nessuno».

DIRITTI TV – «I soldi alla tv nel calcio li dà la gente. Non è che Sky o DAZN facciano beneficenza… Nessuno glielo chiede, è normale sia così. Lo spettacolo offerto è già usato al 66, 68%, poi perché il numero di partite reali sarebbero ancora meno… Per dire, Udinese-Fiorentina nell’ultima giornata giocata è stata una partita finta. Poi ci sono le porte chiuse, il mancato assistente VAR: io che ho comprato lo spettacolo televisivo, singola persona, avrò diritto di dire la mia? Si fanno sondaggi sulla tenuta del Governo settimana per settimana, cinque istituti alla volta, e non c’è uno, e questo mi insospettisce, che chieda alla gente cosa vorrebbe fare. Io non sento la necessità, ma è un parere personale, mi rimetterei alla maggioranza. Trovo paradossale però che nessuno lo chieda, e che i presidenti continuino a voler decidere per tutti come se fosse un diritto privato, senza discuterne con il loro mondo, con i loro finanziatori».

CALCIO ITALIANO – «Credo che il calcio stia usando questa nenia del calendario come unico argomento, come se fosse calciomercato. Essendoci per molti media un argomento solo, la cosa viene moltiplicata e diventa una noia mortale. Se sulle trattative una base reale c’è sempre, qui dipende solo dal virus e non da tutti quelli che discutono. La cosa più normale è aspettare il giorno zero e darsi due settimane di sicurezza in seguito».

SERIE C – «La Serie C è un mondo discusso e discutibile. Non ci possiamo permettere sessanta squadre di C, semi-professionistiche e nessuno sa cosa significhi. Il mondo della Serie C è una delle malattie del calcio da decenni, ormai. Da anni vediamo fallimenti e penalizzazioni legate ai mancati pagamenti che fanno capire che c’è qualcosa di non sopportabile. Non so in quante parti del mondo possano avere cento squadre professionistiche… Le strutture, poi, funzionano se sono riempite. Il Coronavirus dà una spallata, ma non è alla base del problema Serie C, e idem per i dilettanti. Oggi questi costano delle cifre importanti, 400-500mila euro l’anno per le varie spese, bisogna anche che i dilettanti facciano più i dilettanti: questo paese non può pagare tutti».

OPERATO GRAVINA – «Gravina in questo momento ha responsabilità serie, e lavora per evitare decine di cause civili che potrebbero mettere in ginocchio la Federcalcio. Qualunque decisione prenda, ci saranno conseguenze legali e richieste di danni. Non si può lasciare la gestione di una grande azienda come il calcio in mano agli avvocati, devi prendere decisioni per fare meno danni possibili. Davanti ha una strada molto chiara, è il virus che dice cosa fare. Ci sono stati modelli matematici a fine marzo, da parte di eccellenze italiane, che prevedevano una situazione più rapida, si pensava che il 14 o 15 aprile Piemonte e Veneto fossero a contagi zero. Oggi siamo ancora alle centinaia di casi, invece. Il Trentino doveva avere zero contagi al 7 aprile, ieri ne aveva ancora ottanta. Non si è calcolato lo strascico molto lungo del virus, si dice che resti addosso fino anche a 37 giorni. Per quello che so io i modelli matematici rispondono a logiche ferree. Quando hai sbalzi di questo genere, programmare diventa difficile. Non puoi fare altro che aspettare la fine, e poi dico che siamo noi a fare grande cassa di risonanza: alla gente frega poco, ha problemi diversi, legati al lavoro e ai soldi. Siamo ancora largamente in un’economia di guerra e quello che mi fa imbestialire è sentire che serve il calcio per distrarci… Vuol dire che siamo un popolo di imbecilli. A parte che io quando vedo la Fiorentina sto tutto intirizzito, raramente mi diverto se non alle vittorie. Ma penso alle partite per non retrocedere, come Fiorentina-Genoa dell’anno scorso che non dimenticherò mai… Il calcio interessa soprattutto a chi usa il calcio per guadagnarci molto, non ci vengano a dire che ci distraggano perché riusciamo a farlo anche in altri modi».

RISCHI ECONOMICI – «Non ci sono molte possibilità di decisione. Sono una persona di sinistra perché sono sempre stato, ma sarei in imbarazzo nel dover dare un voto oggi. Non si potranno fare cose come reddito di cittadinanza o abbassare nuovamente l’età pensionabile: quelli sono stati soldi tolti ad investimenti seri. Siamo il paese più povero d’Europa, col debito più alto e con più bisogno di prestiti rispetto agli altri. Bisognerà avere le spalle larghe e voglia di lavorare in modo onesto. Chi ci darà i soldi verrà a chiederci come li stiamo impiegando, correttamente. Apparentemente possono prestarteli senza condizioni, ma tra un anno, con il debito al 160% del PIL, verranno a domandarti come stanno le cose. Perderemo la libertà, è chiaro, come tutti quelli che hanno molti debiti».

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