Signori (e Vecchie Signore) si nasce

© foto Massimo Pinca

Perché un gioco e uno sport, che dovrebbero generare divertimento, scatenano invece tanto fanatismo fomentatore d’odio?

Il calcio è un gioco, mi pare. Anzi, a essere più precisi, uno sport, un’attività fisica di gruppo, con delle regole e un regolamento da rispettare. Come definizione vuole. E ancora, volessimo essere etimologicamente corretti, potremmo dire che è un divertimento: la parola “sport” è infatti l’abbreviazione dell’inglese “disport”, a sua volta derivata dall’antico francese “desport”, che appunto significa divertimento. Allora: perché un gioco e uno sport, che dovrebbero generare divertimento, scatenano invece tanto fanatismo fomentatore d’odio? Neanche fosse in ballo la propria vita.

Da non fanatica, quale sono, mi è capitato spesso di vedere tifosi insospettabili, di questa o quella squadra, trasformarsi in temibili bruti di fronte al risultato di una partita. Esseri normalmente miti e pacifici che diventano collerici e facinorosi e inveiscono senza ritegno contro gli avversari. È evidente che in questi casi la scala di valori è andata a farsi benedire e si è ribaltato il senso civico e morale della vita.

Come per l’ultima di Coppa Italia, per esempio. Juventus-Napoli. Cosa non ho sentito dopo la vittoria della Juve! Maledizioni all’arbitro, a questo e a quel giocatore, insulti, manifestazioni di acredine a non finire. Talk show e dibattiti monopolizzati dal tema. Titoli di giornale a lettere di fuoco. Addirittura auguri di morte. Ma dico: siamo impazziti? È questa la società che siamo diventati? Si è lottato tanto per garantire a tutti un minimo di istruzione e di educazione, con dei costi sociali che gravano sulle tasse di chi le paga, per arrivare a un tale incivilimento collettivo. A una involuzione che sta facendo girare sir Charles Darwin nella tomba.

Ragazzi, diamoci una calmata! Tutti. Ricordiamoci che di gioco si tratta e che, in quanto tale, bisogna accettarne le regole. Bisogna anche arrendersi all’idea che si possa perdere. È così. E allora: che si perda con signorilità, con onore, con sana sportività. Senza maledire nessuno. Senza cornetti apotropaici indirizzati agli occhi degli avversari. Ridendoci sopra, come avrebbe fatto un napoletano doc come Totò, più volte citato (e strumentalizzato) dai media in questi giorni. Lui, che dai bassifondi napoletani si è elevato fino alle alte vette del cinema e della poesia, ha sempre dato un esempio di grande sportività. Nel senso di capacità di accettare gli eventi così come si presentano, con pacatezza e generosità, ma certo con la voglia di andare avanti e di migliorarsi.

Ogni tifoso dovrebbe imparare la lezione da uno come Totò, dal Totò personaggio dei suoi film, e dal Totò uomo. In entrambi i casi lui non è mai stato passivo, tutt’altro. Ma non ha mai oltrepassato il confine della buona educazione. Semmai ha lottato per arrivare alla meta, per concretizzare i risultati, per fare goal. Senza dichiarazioni di morte o offese gratuite contro gli “avversari”, che preferirei chiamare compagni di gioco e di divertimento. Del resto, è stato proprio Totò a rivendicare la signorilità di nascita. Modestamente.

“Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.” (Winston Churchill)

 

 

 

 

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