Alessandro La Vecchia, il giramondo bianconero che sfidava Davids – ESCLUSIVA

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Per inseguire il sogno da calciatore, c’è chi non si è mai arreso. C’è chi l’ha inseguito per il mondo. Per Alessandro La Vecchia, il viaggio ha toccato tappe poco conosciute come la Tailandia e l’Estonia.

Un viaggio partito dalla sua Orvieto e, naturalmente, passato anche da Torino, dal Settore Giovanile della Juventus.

Una carriera, quella di Alessandro La Vecchia, che non è stata facile. Con cadute e risalite, con incollata l’etichetta di «quello che non ha la testa». Ma anche di quella del talento puro, dalla tecnica sopraffina. Uno che, ai tempi bianconeri, poteva permettersi di sfidare (e battere!) Edgard Davids nei duelli a colpi di virtuosismi col pallone.

«Per me, arrivare a Torino è stato l’esaudirsi di un sogno – racconta La Vecchia in esclusiva per JuventusNews24 -. Sono sempre stato tifoso bianconero fin da bambino e quando ho auto la possibilità di indossare quella maglia è stato il massimo. Era il 2000, avevo 15 anni e già mi allenavo con la Prima Squadra dell’Orvietana. Non ho fatto l’esordio in Serie D solo perché avevo già firmato con la Juventus e nessuno ha voluto rischiare.»

Anno 2000, parte l’avventura
«Sì, arrivo alla Juventus e vengo aggregato con gli Allievi. È l’inizio di un periodo di crescita e di vittorie, tra campionati, coppe e tornei di Viareggio. Ma anche con difficoltà a livello personale, ero lontano dalla famiglia, proprio mentre mio padre era stato vittima di un grave incidente sul lavoro. Diciamo che sono stato costretto a crescere più in fretta del dovuto. Ho avuto la possibilità di essere allenato da gente come Gasperini e Chiarenza, ma soprattutto da Schincaglia con cui avevo instaurato un ottimo rapporto.»

Alessandro La Vecchia con la maglia della Primavera che vinse la Viareggio Cup del 2004

E tra gli allenatori si può aggiungere anche un certo Capello…
«Ero tornato alla Juventus dopo il prestito dall’Ivrea e il mister mi ha notato, così spesso andavo ad allenarmi con la Prima Squadra. Con gente come Cannavaro, Trezeguet, Ibrahimovic. Ma soprattutto il mio idolo assoluto Del Piero. Ricordo ancora che una volta mi prese da parte e mi chiese se credevo al destino e mi disse che solo io potevo esserne l’artefice. Parole che ho capito negli anni successivi…»

Intanto nel 2006 arriva uno svincolo decisivo
«Ho firmato con il Teramo, in C1. Proprio mentre scoppiava Calciopoli. Così ho dovuto rinunciare alla possibilità di giocare con la Juventus in B, non ho avuto quell’occasione che invece uno come Marchisio ha sfruttato alla grande. Da quel momento non sono più riuscito a tornare nel calcio che conta, probabilmente anche per colpa mia. In più, ai tempi in cui giocavo a Trento, mi sono rotto il crociato.»

Poi cos’è successo?
«Ho cercato all’estero una possibilità nuova. In Italia ero stato etichettato come quello che aveva talento ma non aveva testa. Per questo ho mollato tutto e mi sono imbarcato per la Tailandia. Purtroppo la squadra con cui avevo un provino è fallita e mi sono ritrovato a Bangkok, senza soldi, senza la possibilità di tornare in Italia, lontano da mio figlio che è nato durante la mia esperienza a Trento e proprio nel periodo in cui è morto mio padre. Alla fine sono riuscito a strappare un ingaggio con la Pro Rajapruk University Bangkok che militava nella seconda divisione. Ma appena ho potuto sono rientrato a casa.»

La Tailandia è stata solo la prima tappa
«Ho avuto la possibilità di giocare in Romania, nella Serie B, al Caransebes FC. E subito dopo ho tentato l’avventura in Estonia. Ho fatto tutto da solo, ho preso contatti via internet e ho ottenuto un provino. E alla fine mi sono meritato un ingaggio dal Sillamae Kalev. In 5 mesi ho giocato 7 partite e segnato 2 gol, ma soprattutto mi sono tolto la soddisfazione di giocare in un massimo campionato. Prima di me, solo un altro orvietano come Frustalupi ci era riuscito. Avevo la possibilità di allungare la mia esperienza, ma ho preferito tornare in Italia. Grazie alla famiglia Maggi, in particolare a Emanuele, ho avuto un’opportunità professionale a cui non potevo rinunciare. Ora lavoro per un’azienda che ha pompe di benzina nel centro Italia. Il calcio? Gioco ancora tra i dilettanti, con gli impegni di lavoro non sempre posso essere presente ad allenamenti e partite.»

Ultima domanda. Cosa ti è rimasto dell’esperienza alla Juventus?
«Per raggiungere certi obiettivi, nel calcio come nella vita, ci vogliono impegno e costanza. Come detto, aver fatto parte della Juve è stato un sogno che si è realizzato. Mi sono allenato con grandi campioni e ho giocato con ragazzi che hanno fatto una grande carriera, come Marchisio e Mirante, solo per citarne alcuni. Ma soprattutto ho capito che solo io posso essere artefice del mio destino».

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