Bonansea: «Quanto ho pianto per il Mondiale! Ora coltivo due sogni»

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L’attaccante della Juventus Women e della Nazionale, nel giorno del suo compleanno, si racconta in una bella intervista. Le parole di Barbara Bonansea

È stata la miglior realizzatrice della prima stagione della Juventus Women, nonché una delle giocatrici più simboliche della squadra di Rita Guarino. Barbara Bonansea si è raccontata, tra bianconero e azzurro della Nazionale, in una bella intervista a La Gazzetta dello Sport.

MI PRESENTO – «Sono una gemelli. Una persona tanto silenziosa o tanto ballerina, dipende dal momento. Qualcuno mi riconosce e io dico “sì, sono io” con un po’ di vergogna. Gioco perché mi rende felice, non per essere chissà chi. Studio economia e mi mancano sei esami alla laurea triennale, il prossimo d’inglese. Per il resto film, musica, libri. Dopo il filone Dan Brown ora sono su “Campionesse” di Uva e Gasparri. Un viaggio nel nostro calcio femminile attraverso undici icone internazionali. Io? No, non ci sono… Però compaio in “Il mio Brescia”, la mia ex squadra, e nell’annuario della Juve. In più, fatemelo infine ridire, siamo donne mondiali. Mica poco».

MONDIALE – «Che sensazioni ho provato? Dolore zero, nonostante un calcione che mi hanno rifilato. Me ne sono accorta dopo, dal livido sulla tibia. E nonostante le lacrime che ho versato: sembravo una bambina di dieci anni ma erano lacrime di gioia. Una gioia infinita».

CALCIO FEMMINILE – «I club professionistici che hanno creato squadre femminili, giovanili e non solo, aiutano in maniera decisiva. Un conto è crescere allenandoti con i ragazzi, come successo a molte di noi fino ai dodici-tredici anni nella squadretta del paese, un altro è avere strutture e allenatori che coltivino il talento e che ti preparino fisicamente e tecnicamente. Poi le vittorie: se vinci trascini gente e aumenti l’interesse. Ultimamente eravamo state di nuovo messe da parte, per crescere servono ancora molti investimenti e abbattere i pregiudizi e l’ignoranza. Non siamo maschiacci o incapaci, siamo atlete che amano il gioco del calcio. A me non dà fastidio essere giudicata, ma ad altre magari sì e ci restano male. Per questo dico: finiamola, abbiamo dimostrato di capirci e di essere più che capaci. La qualificazione al Mondiale – per tutto il nostro movimento – può davvero fare la differenza».

SOGNI – «Ho due sogni: vincere un grande trofeo in uno stadio pieno e realizzarmi con la Nazionale. Il primo è difficile, ma qualcosa si sta muovendo. A Firenze, contro il Portogallo nella partita che ci ha dato il Mondiale dopo 20 anni, erano in seimila. A Ferrara anche di più. Quando noi della Juve giochiamo a Vinovo ci sono mille persone perché quella è la capienza delle tribune, in trasferta se ne vedono il doppio o il triplo. Qualcuno in giro comincia a riconoscerci. Vincere con la Nazionale è più realizzabile, anzi non mi aspettavo fosse davvero così tanto realizzabile. Grazie al tecnico Milena Bertolini siamo arrivate a un ottimo livello, anche tattico. Non siamo così distanti da Stati Uniti, Germania e Inghilterra, le super potenze».

PARAGONE CON I MASCHI – «Se ci infastifisce? No. Ci alleniamo tutti i giorni come fanno loro, prepariamo le partite come loro, studiamo le avversarie come loro. Contro il Portogallo la lezione era quella di attaccarle alte e lo abbiamo fatto al meglio. Se il confronto serve a capire quanto lavoriamo allora ben venga. Per il resto cambia poco: alla cena di Natale eravamo tutti insieme, uomini e donne, e Marotta segue noi come loro. Dopo la festa mondiale sul campo siamo andate a bere e ballare insieme. Ah, quando ho esultato dopo il gol si è notato il mio smalto rosso sulle mani, anche abbastanza inguardabile, cosa che non vedi agli uomini… Sì, le donne del calcio curano i dettagli!».

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