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Raspadori e quel retroscena su Dybala: «È stato un signore con me»

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Giacomo Raspadori, convocato da Roberto Mancini per gli Europei, ha raccontato la sua ultima stagione, soffermandosi su un episodio con Dybala

Intervistato da Cronache di Spogliatoio, Giacomo Raspadori, che è stato convocato per giocare l’Europeo con l’Italia da Roberto Mancini, ha parlato della sua ultima stagione. Le sue parole.

«Dybala è stato un signore. Un vero e proprio gentleman. Fuori dal campo sono il ragazzo più riservato del mondo, ma quando calpesto l’erba con le scarpe da calcio mi trasformo. Se devo chiedere la maglia a un campione che affronto non mi faccio problemi. Sono determinato. Allo Stadium la partita era appena finita e io volevo a tutti i costi la sua 10. Mentre tutti si salutavano, mi sono diretto verso Paulo e – un po’ imbarazzato, sì, perché non sono introverso ma non ho il cuore di pietra – gli ho chiesto: «Scusa se ti disturbo, potrei avere la tua maglia?». Lui mi ha sorriso, rispondendo: «Certo, però mi dai la tua?». Sono rimasto colpito: non avevo ancora esordito in Serie A, ero il Signor Nessuno nel vero senso della parola. Non smetterò mai di ringraziarlo per ciò che mi ha fatto vivere in quel momento. Mi tolsi il giaccone, mi spogliai e gliela diedi. Io ero il ragazzo più felice del mondo, e anche lui mi sembrava soddisfatto. Chissà dove l’ha messa. Fu un grande regalo da parte di Dybala, anche se pure Leonardo Bonucci è stato magnifico con me. Durante l’ultima partita che abbiamo giocato contro, a metà del secondo tempo si è avvicinato e abbiamo parlato un po’: «Complimenti Giacomo per quello che stai facendo». Ci siamo scambiati qualche frase tra un’azione e l’altra. Mi guardavo intorno ed era pieno di campioni, probabilmente sono rimasto imbambolato a fissare Cristiano Ronaldo per una manciata di secondi. Ne ho ricevute diverse di maglie in questi anni. Ho sempre cercato di prendere quelle dei miei idoli: Lukaku e Lautaro dell’Inter, qualcuna della Roma, Fiorentina, Benevento e molte altre. Una passione che ho cercato di coltivare a prescindere dal colore della divisa. Chiaramente ne ho presa anche qualcuna dei miei compagni al Sassuolo, non potevano essere da meno. Quel giorno sono andato da Bonucci: «Leonardo, scusami, posso chiedere la maglia a CR7?». Mi rispose di non preoccuparmi. Quando ero già nello spogliatoio sento bussare: era lui con la numero 7 della Juventus, indossata da Cristiano. Sono stati questi i pensieri che mi sono passati nella mente mentre preparavo la valigia per andare in Sardegna, il mio primo ritiro con la Nazionale. Ho riavvolto il breve nastro della mia carriera, riassaporando tutti i momenti vissuti fin qui. È stato pazzesco essere chiamati da Roberto Mancini fin dai pre-convocati. Ed è stato ancora più speciale condividere quel momento con la mia famiglia, nella nostra casa a Bologna, tutti insieme. Mi squilla il cellulare ed era il Sassuolo: «Giacomo, ti hanno convocato con i grandi». E a seguire mi sono ritrovato il programma nella chat WhatsApp. Così, da un momento all’altro, ero nella lista pre-Europeo. «Andarci, dopo quello con l’Under-21, sarebbe davvero il coronamento della mia gioia», pensavo. Riuscire a partecipare a entrambi, stupendo. Stare a stretto contatto con Immobile, Belotti e tutti gli altri attaccanti per diverso tempo sarà un’occasione unica. Già al Sassuolo allenarmi con il nostro reparto offensivo è qualcosa di clamoroso. Con Mimmo Berardi, poi, ci lega un’amicizia bellissima. E non solo perché insieme siamo una coppia devastante a Call of Duty, su Warzone, ma perché fuori dal campo siamo inseparabili. Io, lui, Manuel Locatelli e Stefano Turati. In palestra specialmente non ci dividiamo mai, iniziamo a giocare con il pallone e ci lanciamo nelle sfide più impensabili. Integrarmi in un gruppo già affermato è sempre stato semplice grazie ai miei compagni. In Nazionale c’è un gruppo di cui parlano tutti bene, sono sicuro che mi integreranno alla perfezione. Lo stesso trattamento me lo hanno riservato Francesco Magnanelli, Federico Peluso e Gianluca Pegolo nel Sassuolo. Dopo il mio primo anno di Primavera ho fatto il ritiro con loro. E sono stati loro ad acconsentire che fossi capitano contro la Roma. Io non ne sapevo niente, ero solo a conoscenza del fatto che avrei giocato titolare. Al rientro nello spogliatoio dopo il riscaldamento mi stavo sistemando la maglietta. Mister De Zerbi ha richiamato l’attenzione: «Raspa, oggi la fascia la prendi tu. A voi va bene?». Tutti hanno confermato che fosse la scelta corretta. Mi ha mostrato così la sua fiducia, dichiarando le sue intenzioni: non mi vedeva più come un ragazzo aggregato ai grandi, ma uno di loro. Certo, sapevo che la continuità non poteva arrivare subito. Mi ha sempre ripetuto: «Io e te dobbiamo andare a rubare portafogli insieme». La prima volta scoppiai a ridere, ero quasi imbarazzato, ma capii cosa voleva trasmettermi: il suo intento era quello di sgrezzarmi, di rendermi più diabolico, sportivamente parlando. Acquisire cattiveria, essere più malizioso. Mi sono subito sentito pronto, sebbene tutto sia cambiato velocemente. Il Sassuolo ha saputo dosare con equilibrio tutto ciò che mi è stato dato. Equilibrio, questa è la parola chiave. Altrimenti non ti rendi neanche conto di cosa stai diventando: un personaggio pubblico che deve dimostrare qualcosa ogni giorno. Alzare l’asticella, guadagnarsi la fama, e saper restare in equilibrio quando si avvicina il baratro con i suoi momenti bui. Restare in piedi preparandosi ai risvolti negativi. Non guardo chi mi scrive o chi mette like, penso che siano altre le cose a cui dare importanza, specialmente in fase di giudizio. Ma là fuori il mondo viaggia in fretta ed è un attimo che smetti di ragionare. Anche perché non siamo degli dei. Siamo persone. Io, poi, figuriamoci, mi vergogno già abbastanza. Equilibrio ragazzi, equilibrio. Lo stesso con cui ho affrontato quella serata di San Siro, una roba che neanche riuscivo a sognare. Davvero: se provo a immaginarla, proprio non ci riesco. Eppure ero io quel ragazzino che ha segnato una doppietta al Milan. Nelle esultanze si vede che non avevo idea di ciò che stessi facendo. Sembro quasi incredulo. Ancora oggi, se guardo il video dei gol, dico «Cavolo, ma l’ho fatto veramente…». Non capita tutti i giorni: «Dai, oggi vado a San Siro e faccio doppietta». Non funziona così. Ho ricevuto una marea di messaggi, soprattutto dai miei amici milanisti che nel gruppo WhatsApp mi hanno riempito di insulti. Era il loro modo per farmi capire che erano contenti. Erano quasi più felici di me. Anche i miei compagni erano in estasi, forse anche troppo: al rientro negli spogliatoi mi hanno riempito di amorevoli schiaffoni. Il calendario era fitto, abbiamo giocato ogni tre giorni, ma ho provato a fermare quei momenti nella mia memoria. Ho detto: «Giacomo, rilassati adesso, e senza fermarti cerca di godere di tutto questo». Sempre con equilibrio, però. Che è sempre lo stesso con cui faccio il passaggio tra calcio e studio. Cerco di non staccare mai da entrambi, in modo da non avere difficoltà nel cambiare la mia mente. Se pensi che con una doppietta a San Siro sei arrivato, stai sbagliando tutto. E non avrai mai costanza di crescita e rendimento. Se ti fermi con lo studio, fai il doppio della fatica. A me sta andando alla grande: frequento Scienze Motorie e sono al primo anno. Ho dato 5 esami, sono addirittura un esame avanti. Mancano 2 sessioni e 3 esami. Direi che posso finire in pari questo 2021, sarebbe un gran risultato. Come alleno le gambe e gli addominali, devo allenare la mente. Il percorso di un calciatore non dura fino a 60 anni, è importante mettere le mani avanti per avere qualcosa in mano, per avere competenze oltre che esperienze. Però sono sincero: ho più ansia prima di un esame che di una partita di Serie A. Molto semplice: in campo ho più fiducia nei miei mezzi. Ve lo ricordate il gol di Sergio Agüero contro il QPR? Pazzesco. Mi guardavo tante gare del City, El Kun è il mio idolo. Quella partita non posso dimenticarla. Avevo 11 anni, all’incirca gli stessi di quella foto che mister De Zerbi aveva salvato nella galleria del telefono. Ha fatto il giro del mondo, e a me fa troppa impressione vedermi nella stessa posa di 10 anni dopo. All’epoca giocavo negli esordienti del Sassuolo, me la ricordo bene quella sfida: era un derby contro il Modena in casa nostra. Essere capitano dalle giovanili alla Prima Squadra è il coronamento di un sogno. La responsabilità di un leader silenzioso. Quell’immagine ce l’ho da tempo, quando è saltata fuori mi sono sinceramente emozionato. Ho riassaporato quelle azioni che da ragazzino, nel pre-partita, ti fanno essere e sentire speciale con la fascia al braccio. Quando parli con l’arbitro, quando guidi la tua squadra verso il terreno di gioco, quando devi aiutare e saper dare il consiglio giusto. È proprio quello che voglio fare da grande».

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